iPhone liberato

Questa estate, grazie ad un’amica di NYC in visita, abbiamo potuto mettere mano sull’iPhone ed anche telefonare ad un’arzilla signora di Boston che voleva sapere se il suo paesello natio (che non sarà mai rivelato) è sempre sereno, tranquillo ed ameno come lo ha lasciato, con i suoi 1.500 abitanti, acqua pura di sorgente, cieli stellatissimi e tanto verde da far schiattare tutta Legambiente.

Tranquillizata la vecchia signora, come prevedibile, tutte le donne di casa pregavano perchè telefonassi all’amico Ralph nel New Jersey per farmi mandare ASAP il giocattolino, magari uno a testa, perchè in fondo, considerato il cambio ed il costo di solo $399, è abbastanza conveniente per noi ricchissimi europei.

Delusione da suicidio quando si è saputo che l’iPhone funziona solo con la rete di AT&T.

Ma arriva una bella notizia: il gruppo di hacker iPhone Dev Team, che non vuole essere linkato, ha postato un software che sblocca il telefono in pochi minuti, perciò, l’iPhone può essere utilizzato anche con altri carrier; si perde qualche funzione proprietaria di AT&T ma il resto del telefono funziona a meraviglia.

Questo ci fa riflettere sul fatto che nel mondo digitale è proprio dura, se non impossibile, cercare di proteggere qualcosa e perciò occorre scervellarsi per trovare ASAP nuovi modelli di business.

Dove investe la multinazionale

Secondo un sondaggio di una multinazionale della consulenza il 25% dei manager considera le dimensioni del mercato e le sue possibilità di crescita come l’elemento più importante per decidere la localizzazione degli investimenti, insieme alla disponibilità in zona di competenze (6%). Altri fattori come le leggi (3%) o l’esistenza di competitor (2%) sono considerati elementi marginali.

Insomma, quello che conta per insediarsi in una zona è solo il mercato.

Mercati che esistono anche nel Sud dell’Italia ma che evidentemente non sono sufficientemente pubblicizzati con un efficace marketing non improvvisato e non affidato a chi ha la tessera giusta in tasca.

Merda ad Alta Velocità

L’Eurostar Alta Velocità arriva a Milano da Napoli, dopo 6 ore e 12 minuti, più altri 10 di ritardo, dopo aver percorso 848 km alla allucinante velocità media oraria di ben 138 km all’ora.

Roba da schiantare le coronarie di una persona non abituata a tale…lumacaggine!

Scendono tre signore vietnamite, parlano un francese molto meglio di quello di Sarkozy e sono incavolate nere, come lo può essere solo un francese con istituzionale puzza sotto al naso. Poverine, hanno dovuto viaggiare vis-a-vis con una cinese ed è così riemerso l’antico odio degli indocinesi per la sempre ingombrante, e molto razzista, Cina.

Scende anche un pesante tanfo di cesso. Infatti, già a Firenze il bagno delle donne della carrozza uno, (prima classe, 95 euro) è otturato, ricolmo di liquami e non c’è più acqua.

Proprio come accadeva qualche decennio fa su quei treni senza aria condizionata, dove si saliva senza prenotazioni fatte tramite Internet, con il controllore che bucava ancora il biglietto e dove una signora vietnamita poteva anche decidere di non andare a sedersi nello stesso scompartimento di una odiata cinese.

Ancora mappina verde

L’ora fatidica sul quadrante della Stazione Centrale FS di Milano è scattata! L’Eurostar AV (Alta Velocità, si fa per dire, da Milano a Napoli 6,12 ore!) dovrebbe lasciare Milano per sprofondare nel profondo, oscuro, arretratissimo Mezzogiorno d’Italia.

Però il treno non parte perchè una capostazione in gonella nera e senza cappello rosso, lasciato nel suo box, fischia in un classico fischietto di metallo luccicante sperando che il macchinista, distante tre carrozze, senta il trillo lacerante e cacofonico che lo invita a lasciare la Stazione Centrale FS di Milano, un ameno luogo dove non c’è nemmeno una panchina per aspettare che la lotteria dei binari dica allo smarrito passegero su quale marciapiedi ci si deve impecoronare per prendere il treno e che invece pullula di una fauna pittoresca di dropout nostrani e di importazione.

Il macchinista non sente, forse se ne sta chiuso nel suo abitacolo a prova d’aria e di rumore come ben deve essere la cabina di guida di un treno AV. Probabilmente ha uno specchio retrovisore, magari una fantascientifica telecamera che gli permette di vedere dietro di se i disperati segnali della capostazione col fischio (e senza cappello rosso). Infatti, accade una cosa che sa tanto di vaporiere, carbone spalato, scintille che urtano il parafiamma, il famoso firewall delle locomotive passato a parare i rischi su Internet.

Un’altra signora, forse il capotreno, attrezzata con tailleur pantalone nero e giacca verde FS (tanto simile al verde Alitalia), in testa un ridicolo capello che dovrebbe ricordare quello dei macchinisti delle ferrovie americane a vapore, chiave per chiudere in un sol colpo tutte le porte del treno, tira fuori dalla borsa d’ordinanza una specie di mappina, uno straccio verde stropicciato e con questa comincia a sbandierare all’indirizzo del sordo macchinista che l’ora fatidica è finalmente scoccata sul quadrante della storia.

Sarebbe interessante sapere per quali ragioni le ferrovie continuano a parlarsi a segni e non con comodi ed efficaci segnali radio, o meglio, segnali digitali. Ma qualche volta i ferrovieri lo hanno visto un serial TV o un film di guerra americano dove si vedono tutti quegli omini colorati che lavorano sul ponte di una portaerei? Hanno capito che quei due bozzi che gli coprono le orecchie sono cuffie radio per poter comunicare con la torre di controllo? E a quando anche i ferrovieri si parleranno via etere invece di sventolare mappine verdi come sbandieratori del Palio di Siena?

Un paese non connesso

Sabato mattina di settembre 2007. Interno giorno. Interminabile fila alle casse del supermercato. Bambini che giustamente fanno i bambini e rompono a genitori più che spazientiti e leggermente incavolati.

Che accade? A Milano, capitale economica, finanziaria, tecnologica nonché morale (almeno fino a Tangentopoli) non passano ancora nel limpido cielo le astronavi immaginate dagli scrittori di sci-fi negli anni 50, però, come sarebbe bello, e da paese normale e membro G7 , poter pagare la spesa al supermercato con un pezzo di plastic money.

Con un triste ASSENZA DI COLLEGAMENTO il display LCD della stupefacente cassa self service ci dice una verità ancora più triste, che non farà per niente piacere ad un’altra fatina con i capelli turchini e senza bacchetta magica, quel Mario Draghi portato sugli scudi a fare il governatore di Bankitalia, colui che spesso ci bacchetta da maestrina perchè dovremmo smettere di usare il contante, roba preistorica per pecorai ciociari, massari cilentani, mezzadri piacentini, campieri nisseni, pusher nigeriani e puttane rumene.

Secondo lui, per diventare un vero paese moderno dovremmo usare: bancomat, carte di credito, carte di pagamento, prepagate e, per la gioia delle esosissime banche, sopratutto carte revolving, quelle che poi affogano il malcapitato debitore in un oceano di interessi, poco poco al di sotto del livello di usura.

Gentilissimo signor Governatore della Banca d’Italia, sarebbe bello essere moderni, ma se stamattina centinaia di persone non avessero avuto anche quello schifo di biglietti di banca nel borsellino, col cavolo che avrebbero potuto comprare pane, bresaola e le caramelle a quella pestifera bionda riccioluta di Arianna (3 anni) che fra 15 anni si ritroverà, anche lei, a dover usare il vecchio contante per ASSENZA DI COLLEGAMENTO.

Magari la rediviva liretta, causa nostra cacciata dall’eurozona per evitare di far sfigurare i fratelli europei!