C’è qualcosa di profondamente ironico, e al contempo sinistro, nel vedere il comico di turno – come Ronny Chieng sul prestigioso podio di Harvard – scagliarsi contro l’Intelligenza Artificiale, liquidandola come il “culmine della pigrizia umana” o un “plagio ad alta velocità”.
Il pubblico ride, applaude, si solleva nell’illusione che l’arte, il “trauma umano” e lo status quo della nostra burocrazia intellettuale siano baluardi insuperabili.
Ma dietro le luci del cabaret e la retorica del neoluddismo sentimentale si nasconde una narrazione pericolosa.
Perché il vero danno di questi manifesti d’ostruzionismo non sta nel loro potere di arrestare la storia – che è nullo –, ma nella cinica illusione che vendono alla collettività.
Si fa credere alla “gente” che il progresso sia una scelta negoziabile, un interruttore che la politica o la morale possono spegnere a piacimento.
Non è così.
La storia dell’automazione non risponde alle ideologie, né alle poetiche della sofferenza umana.
Risponde a una sola, immutabile legge dell’ottimizzazione sistemica.
Per decenni, l’evoluzione naturale del calcolo è rimasta prigioniera di una deviazione commerciale.
Prima la scatola antropomorfica di Jobs e Wozniak, che ha ridotto il computer a una macchina da scrivere da scrivania per confinarlo all’uso del singolo; poi l’architettura del Web, che si è limitata a sostituire l’impiegato al telefono con uno schermo digitale.
Abbiamo digitalizzato la burocrazia, non la struttura.
Oggi, l’avvento dell’intelligenza artificiale generativa e degli agenti autonomi sta finalmente liberando il vero obiettivo storico: il Machine-to-Machine (M2M).
Il futuro prossimo, che sta convergendo tutto insieme, non è l’uomo che dialoga con la macchina, ma i sistemi che dialogano direttamente tra loro. Infrastrutture, logistica, finanza e produzione che si interfacciano senza l’attrito, la lentezza e l’errore della mediazione umana.
Questo processo non persegue un’agenda politica, né cerca il consenso.
Cammina sulla via dell’efficienza marginale, abbattendo i costi di produzione e aprendo, per la prima volta nella storia, la possibilità concreta di elevare il benessere materiale di miliardi di persone sul pianeta.
Chi sabota culturalmente questa transizione con il moralismo da palcoscenico commette un atto di grave irresponsabilità.
Non fermerà l’evoluzione dei sistemi; si limiterà a condannare chi lo ascolta a subirne l’impatto da subalterno anziché da beneficiario.
Mentre l’Occidente si avvita nei suoi complessi etici e nelle sue bizzarrie normative, il resto del mondo corre verso l’automazione pura.
I comici passano, le infrastrutture restano. Ed è tempo di decidere se vogliamo governare l’efficienza o continuare a farci raccontare una favola consolatoria mentre il futuro si scrive da solo.