La Grande Illusione

Ci avevano promesso il paradiso.

Con l’arrivo degli streamer avremmo avuto a disposizione migliaia di film, serie, documentari. Un catalogo infinito. La fine della tirannia dei palinsesti. La libertà assoluta di scegliere cosa vedere, quando vederlo e come vederlo.

La realtà è diversa. Passiamo più tempo a scorrere cataloghi che a guardare contenuti.

Apriamo una piattaforma, poi un’altra, poi una terza. Dieci minuti. Venti minuti. Mezz’ora. Continuiamo a cercare qualcosa che ci convinca davvero. Alla fine spegniamo tutto o riguardiamo qualcosa di vecchio.

La quantità ha divorato la qualità.

Ogni settimana arrivano decine di nuovi titoli, ma pochissimi lasciano un ricordo. Serie costruite da algoritmi, stagioni allungate artificialmente, storie che sembrano progettate più per trattenere l’abbonato che per emozionare uno spettatore.

Paradossalmente, negli ultimi tempi una delle cose piacevoli che ho visto è stata Foreign Correspondent, distribuita in Italia come Il prigioniero di Amsterdam. Un film di oltre ottant’anni fa, diretto da Alfred Hitchcock.

Ottant’anni. Eppure tensione, ritmo, personaggi e messa in scena funzionano ancora benissimo.

Forse il problema non è che oggi si produca poco. Forse il problema è che si produce troppo.

Così tanto che le opere non hanno più il tempo di maturare, di essere selezionate, di diventare necessarie.

La promessa degli streamer era semplice: avrete tutto.

La realtà è che abbiamo quasi tutto, tranne una cosa fondamentale.

Qualcosa che valga davvero la pena di vedere.

E così accade una cosa curiosa. Dopo aver pagato tre, quattro, cinque abbonamenti per avere accesso a migliaia di ore di intrattenimento professionale, ci ritroviamo a passare la serata su YouTube o su TikTok.

Non perché siano migliori di un grande film o di una grande serie.

Ma perché almeno offrono una varietà istantanea. Se un contenuto non ci interessa, in un secondo siamo già altrove. Non abbiamo la sensazione di aver buttato due ore della nostra vita dietro una storia che non decolla mai.

Un tempo il problema era trovare un film. Oggi, trovarne uno che valga due ore della nostra vita.

Questa è la vera Grande Illusione.

Ci avevano promesso una biblioteca infinita. Invece, stiamo tornando al vecchio zapping.

Solo che adesso si fa con il dito sullo schermo del cellulare, fra TikTok e Instagram

Non cercate il film dell’immagine: lo ha inventato una AI su mia istigazione

Insegnanti di ritorno

Per effetto dell’invecchiamento naturale, nei prossimi anni decine di migliaia di insegnanti del Mezzogiorno (112.500) andranno in pensione (ovviamente, anche nel resto del paese).

Questo “liberi tutti” permetterà agli insegnanti di poter tornare a casa.

La maggior parte dei pensionamenti sarà in Campania, che è la regione più popolosa, seguita da Lombardia (quella con più cattedre) e Sicilia

Il diritto di precedenza.

Quel posto liberato non va a concorso, ma viene offerto prioritariamente ai docenti di ruolo, che si trovano fuori regione, e che hanno fatto domanda di trasferimento interregionale.

L’effetto domino

Il docente ottiene il trasferimento e “torna a casa”, liberando a sua volta il posto altrove 

L’illusione del comico e l’inesorabile via dell’efficienza

C’è qualcosa di profondamente ironico, e al contempo sinistro, nel vedere il comico di turno – come Ronny Chieng sul prestigioso podio di Harvard – scagliarsi contro l’Intelligenza Artificiale, liquidandola come il “culmine della pigrizia umana” o un “plagio ad alta velocità”.

Il pubblico ride, applaude, si solleva nell’illusione che l’arte, il “trauma umano” e lo status quo della nostra burocrazia intellettuale siano baluardi insuperabili.

Ma dietro le luci del cabaret e la retorica del neoluddismo sentimentale si nasconde una narrazione pericolosa.

Perché il vero danno di questi manifesti d’ostruzionismo non sta nel loro potere di arrestare la storia – che è nullo –, ma nella cinica illusione che vendono alla collettività.

Si fa credere alla “gente” che il progresso sia una scelta negoziabile, un interruttore che la politica o la morale possono spegnere a piacimento.

Non è così.

La storia dell’automazione non risponde alle ideologie, né alle poetiche della sofferenza umana.

Risponde a una sola, immutabile legge dell’ottimizzazione sistemica.

Per decenni, l’evoluzione naturale del calcolo è rimasta prigioniera di una deviazione commerciale.

Prima la scatola antropomorfica di Jobs e Wozniak, che ha ridotto il computer a una macchina da scrivere da scrivania per confinarlo all’uso del singolo; poi l’architettura del Web, che si è limitata a sostituire l’impiegato al telefono con uno schermo digitale.
Abbiamo digitalizzato la burocrazia, non la struttura.

Oggi, l’avvento dell’intelligenza artificiale generativa e degli agenti autonomi sta finalmente liberando il vero obiettivo storico: il Machine-to-Machine (M2M).

Il futuro prossimo, che sta convergendo tutto insieme, non è l’uomo che dialoga con la macchina, ma i sistemi che dialogano direttamente tra loro. Infrastrutture, logistica, finanza e produzione che si interfacciano senza l’attrito, la lentezza e l’errore della mediazione umana.

Questo processo non persegue un’agenda politica, né cerca il consenso.

Cammina sulla via dell’efficienza marginale, abbattendo i costi di produzione e aprendo, per la prima volta nella storia, la possibilità concreta di elevare il benessere materiale di miliardi di persone sul pianeta.

Chi sabota culturalmente questa transizione con il moralismo da palcoscenico commette un atto di grave irresponsabilità.

Non fermerà l’evoluzione dei sistemi; si limiterà a condannare chi lo ascolta a subirne l’impatto da subalterno anziché da beneficiario.

Mentre l’Occidente si avvita nei suoi complessi etici e nelle sue bizzarrie normative, il resto del mondo corre verso l’automazione pura.

I comici passano, le infrastrutture restano. Ed è tempo di decidere se vogliamo governare l’efficienza o continuare a farci raccontare una favola consolatoria mentre il futuro si scrive da solo.