Progresso per tutti

Per due volte oggi mi sono imbattuto in Henry Ford. La prima volta parlando con un ex collega che mi citava una bella frase dell’uomo che mise l’America su quattro ruote: “Non c’è progresso se non è progresso per tutti“. Frase che ben s’accorda con l’aneddoto riportato nel libro Race Against the Machine , un saggio che analizza la disoccupazione crescente come ingenerata dall’automazione e del perché, piuttosto che combattere la macchina, dobbiamo imparare a convivere con macchine che oggi sono in grado di sostituire anche milioni di colletti bianchi, dopo che hanno eliminato di milioni di braccianti e altrettanti milioni nell’industria e nella manifattura.

Ford, mostrando al capo del sindacato dell’auto (UAW) le linee piene di robot, disse scherzando: adesso prova a farti dare il contributo sindacale da questi operai. E il capo del sindacato, con prontezza: e tu prova a fargli comprare le tue auto.

In questo scambio di battute c’è la ragione della crisi che, almeno negli USA, ha lo strano aspetto della jobless recovery, con aziende che fanno tanti profitti, i più alti degli ultimi 50 anni, ma non assumono più nessuno, anche se i salari sono i più contenuti degli ultimi 50 anni.

La ragione è che le imprese hanno colto l’occasione della crisi per fare una manovra contro intuitiva, hanno investito in automazione e in organizzazione, e hanno cominciato ad eliminare i lavoratori semi-qualificati, quelli che possono essere sostituiti da macchine o da processi gestiti da macchine che parlano ad altre macchine che magari sono di altre aziende.

E tutto questo perché i costi dell’automazione sono terribilmente scesi in proporzione alla potenza di calcolo disponibile oggi, ed anche perchè le aziende e le persone sono sempre connesse, e questo facilita il dialogo fra sistemi eterogenei di aziende diverse e permette ai lavoratori più qualificati di poter lavorare continuamente, attraverso il loro smartphone o attraverso un tablet, dialogando da qualsiasi parte del mondo con i sistemi informativi aziendali o quelli di terze parti.

Le aziende premiano con salari importanti questo tipo di lavoratori super star, mantengono a salari bassi quei lavoratori non qualificati, di cui c’è un’abbondante riserva nazionale o d’importazione, ed eliminano quelli che stanno in mezzo, la gente della classe media facilmente sostituibile dalle macchine, la cui potenza di calcolo è oggi abbastanza grande per fare cose che una volta faceva un impiegato ma non ancora abbastanza da poter guidare una gru, un camion, fare un’iniezione a un ammalato, fare la manicure o tagliare i capelli a una signora. Così come le macchine non hanno le capacità creative, di intuito e di relazione che devono avere i lavoratori di alto livello: Amministratori Delegati, Direttori Marketing, Direttori Finanziari, Direttori di Sistemi Informativi, Responsabili di Produzione.

Lo scenario è quindi quello di una massa di persone, spesso di mezza età, che non può più lavorare come faceva prima, non può accedere ancora alla pensione, non è in grado di assicurare ai figli possibilità di accedere all’università che oggi è l’unico mezzo per poter essere considerati nell’universo lavorativo dove si richiedono solo elevate conoscenze.

Un panorama che i politici non comprendono, anche perché tendono a imputare il problema della disoccupazione ad altri fattori (inflazione, globalizzazione) quando la ragione dei bassi consumi è molto semplice: i lavoratori ad alto reddito, gli imprenditori, i professionisti e gli investitori, soddisfatte le loro esigenze primarie e secondarie, hanno abbastanza reddito da metterlo da parte e non spenderlo, mentre i lavoratori di basso livello, con salari di mera sopravvivenza, non solo non riescono a soddisfare le loro esigenze primarie, ma devono pure indebitarsi per soddisfare qualcuna delle secondarie, magari facendo mutui su mutui e prestiti su prestiti, per consumi comunque irrisori.

Gli altri, quelli espulsi dal mondo del lavoro, vivono di terrore, consumano i risparmi, cercano di riciclarsi, senza però un aiuto che li faccia accedere a conoscenze superiori che permettano loro di accedere ai lavori di livello superiore.

Una situazione non gestita, che non viene compresa neppure dal sindacato, uno dei maggiori responsabili della disoccupazione avendo fatto inutili battaglie per difendere posti di lavoro che sono comunque spariti, aderendo alle profferte idiote dei datori di lavoro marginali, quelli che hanno creduto di salvare le loro attività abbassando (di fatto) i salari, e rimandando di qualche anno la morte delle loro aziende dove avrebbero dovuto investire in automazione salvando quella parte del personale che poteva convivere con le macchine.
E anche le manovre dei politici, bacchettati dalle banche centrali per mandare la gente in pensione quando più tardi è possibile, non servono a molto in quanto la gente rimane a lavorare (se c’è ancora il posto di lavoro) ma con una produttività sempre più bassa perchè non coadiuvata dall’automazione, e perché è stato dimostrato che il lavoratore, pagato male e terrorizzato, produce poco, con buona pace dei metodi di galea veneziana che un ministro voleva applicare ai lavoratori, sia pubblici che a quelli privati. E se si produce poco, si vende poco, e se si vende poco s’incassano poche imposte e pochi contributi.

La soluzione non è semplice, e come al solito, contro intuitiva: bisogna prendere atto che molte persone non sono ricollocabili perchè non in grado di convivere con le macchine, e quindi, o vanno riaddestrate e guidate verso nuovi percorsi di vita, o vanno pensionate senza falsi moralismi, altrimenti avremo quelle situazioni, già purtroppo viste, di aziende che si spengono lentamente, con uno sciupìo di soldi, spesso pubblici, che non possono resuscitare uno zombie che dovrebbe poi utilizzare le residue meschine forze contro macchine sempre più potenti.

Dobbiamo utilizzare le possibilità delle macchine per far progredire tutti, altrimenti perderemo tutti.

Investimenti e tasse

Nel 1688, la Gloriosa Rivoluzione conclude in Inghilterra un periodo di guerre civili e si afferma il potere dei ceti produttivi nella gestione dei bilanci pubblici statuito con la frase diventata la base della democrazia inglese, di quella americana, e poi di tutte quelle da esse derivate: no taxation without representation.

Frase sintetica che dice che tasse e imposte devono essere votate da rappresentanti dei cittadini e non calate dall’alto, magari da un potere dispotico, il cui scopo non è il bene comune ma quello particolare di alcuni soggetti, che sia un re unto dal Signore, un dittatore di una repubblica centro-africana o la nostra Casta e il suo codazzo di clientes e pretoriani.

Ma i superficiali si fermano alla rappresentanza e del tutto ignorano un principio ancora più basilare: in una democrazia le tasse devono essere uguali per tutti, che non è la stessa cosa dell’uguaglianza davanti alla legge penale e a quella civile.

Infatti, mentre il giudice civile o quello penale valutano, caso per caso, l’applicabilitá delle norme, la legge tributaria non ammette differenze di applicazione se non stabilite per legge.

Perciò, se uno ha un’auto con un certo numero di cavalli fiscali, pagherá la stessa tassa di circolazione che paga un altro soggetto con un auto di pari potenza. Se uno in busta paga si trova 1.000 euro e paga l’imposta prevista, un altro lavoratore, della stessa azienda o di un’altra qualsiasi, pagherà la stessa imposta. O così dovrebbe essere.

Questo è il principio che, al di là dell’evasione e dell’elusione, in Italia in pratica non viene applicato, stante il fatto che di fronte a ricorsi dei cittadini su casi che richiedono una interpretazione della legge tributaria, le commissioni tributarie prendono decisioni diverse sullo stesso argomento, costringendo il contribuente a cercare di sanare la questione sottoponendola ai diversi gradi di giudizio, fino alla Cassazione, con risultati che, alla fine della fiera, provocano effetti differenti per contribuenti diversi anche se l’imposta di cui si dibatte è la stessa.

Ció premesso, e riportando tutto alla crisi economica italiana, dove accanto a problemi di carattere planetario c’è il fatto che gli investitori in titoli di stato italiani pretendono uno spread altissimo, e molto evidente che questa disgrazia è dovuta ad una mancanza di fiducia in un paese i cui sistemi stanno tutti collassando: dalla scuola alla sanità, dalla giustizia al sistema fiscale, dai trasporti al contrasto alla criminalità.

Ma anche gli investimenti in attività produttive da parte degli stranieri sono in quantità risibile. E come potrebbe essere altrimenti se non c’è certezza di quali tasse si dovranno pagare?


Quindi, il professor Monti, invece di prendersela con Confindustria e Sindacato, cioé con quelli che producono, se la prendesse con quella parte della P.A. che fa sentenze variopinte e variegate in materia tributaria azzerando la fiducia degli stranieri e quella residua degli italiani.

I massaggiatori del LIBOR

Così i giornali inglesi chiamano quei banchieri sorpresi (dagli americani) a massaggiare il LIBOR.

Un massaggio che non ha niente di sessuale, come quelli che fanno in certi centri benessere tailandesi, e neppure terapeutico, come quelli che le signore si fanno fare a giugno per far dimunire la ciccia da peperonate e da troppo aperitivi shakerati.
Massaggiare il LIBOR, ma anche l’EURIBOR, è un modo pittoresco per definire una pratica truffaldina: alcune banche inglesi (infatti la L di LIBOR sta per London) truccavano il valore di questo indice per truffare altre banche e anche i consumatori.
In pratica, alterando i due indici, su cui sono basati prestiti e mutui, si procuravano un ingiusto guadagno ai danni di persone e istituzioni che credevano sulla bontà e l’imparzialità di chi gli indici li gestisce e che invece partecipava attivamente al gioco per procurarsi guadagni miliardari.
Qualcuno si è dimesso. A qualcuno la Regina ha tolto il titolo di Sir. Altri corrono il rischio di essere incriminati dalla magistratura inglese e per altri c’è la richiesta del Dipartimento della Giustizia americano di estradarli negli Stati Uniti.
Ma la conseguenza più grave è l’uragano di cause che sta per abbattersi sulle quattro banche inglesi coinvolte (Barclays, RBS, HSBC, Lloyd Banking Group). Cause che chiunque ha un mutuo o un invetsimento collegato a questi indici può fare. E sono risarcimenti per miliardi in qualsiasi valuta. Un colpo che può distruggere l’intera industria finanziaria londinese.

Comma 22 in Italia

Se un italico si accorge che gli hanno clonato la carta di credito inizia un percorso ad ostacoli per superare il mare di comma 22 sparsi a piene mani da burosauri pubblici e privati.

1) deve andare in questura a fare la denuncia

2) con la copia della denuncia va poi in banca

3) in banca gli dicono che il funzionario di polizia gli ha dato l’originale invece della copia

4) l’originale non può essere accettato dalla banca perché l’assicurazione non paga

5) nemmeno una fotocopia può essere accettata

6) l’italico deve ritornare in questura

6) se il funzionario non c’è, e se si chiede quando tornerà, gli dicono che dirlo è contro la privacy

7) allora si chiama il direttore della banca minacciando di togliere il conto sostanzioso

8) dopo due giorni la banca vi ridà la carta

Customer Care

In Gosford Park di Robert Altman c’è una scena che riassume che cosa dev’essere la customer care, la cura del cliente, cioè tutte quelle attività che permettono di risolvere ogni problema che il cliente possa avere nell’utilizzo dei servizi e dei prodotti di un’azienda.

Nel film, dame Helen Mirren è Mrs. Wilson, la governante di una facoltosa famiglia inglese, che provocata da un investigatore, spiega qual’è la qualità speciale che distingue un buon servitore.
“Quale pensa sia il dono che debba avere un buon servitore per distinguersi dagli altri? E’ la capacità di anticipare. Io sono una brava domestica. Sono più che brava. Sono la migliore, Io sono una domestica perfetta. So quando avranno fame, e i pasti saranno pronti, so quando saranno stanchi, e i letti saranno pronti. E lo so prima che lo sappiano loro stessi”.

Ecco, un’azienda che voglia avere una customer care superiore deve anticipare cosa può accadere al cliente ed avere pronte tutte le procedure per risolvere il suo problema.

Anche perchè se non risolve i problemi dei clienti è sicuro che avrà essa un problema da risolvere: la propria sopravvivenza.