Il web non è morto, sta solo crescendo

Chris Anderson ha scritto su Wired che il web è morto ma, secondo lui, internet avrá ancora lunga vita.

La seconda è una banalitá: l'infrastruttura c'è e se serve resterà, altrimenti fará la fine dell'idroscalo di Milano, nato per far atterrare gli idrovolanti negli anni 30, è rimasto un bel buco dalle parti di Segrate come un ottimo posto per allevare zanzare.

Quella che il web è morto è invece un stupidaggine che l'autore cerca di avvalorare parlando di app sugli iPad e i cellulari come se questi dispositivi, al di la di come facciano tecnicamente a prendere informazioni da un server remoto, non fossero anche loro delle banali interfacce uomo-macchina, diverse da un PC, ma pur sempre dispositivi per permettere a un umano di immettere e prendere informazioni da un sistema informatico.

Quello che invece è un fenomeno lento, continuo e del tutto silente, – tanto che nemmeno Anderson lo cita – è la possibilitá che la rete e i suoi protocolli standard offrono già adesso per connettere tra loro sistemi diversi di organizzazioni diverse che si scambiano informazioni "senza bisogno di umani" e quindi, senza la necessità che ci siano pagine web, o di altro tipo, che permettano a un umano di interfacciarsi con una macchina.

E sará il dialogo da macchina a macchina a rendere sempre meno importante il web e, se vanno avanti le idee di avere reti diverse dalla internet per contenuti di qualità, anche la internet perderà di importanza, un po' come accade nei trasporti dove, accanto al treno per tutti, c'è gente che va in aereo e anche chi ne ha uno privato.

L’autodistruzione della classe media

La classe media americana sta soccombendo alla crisi proprio nel paese dove questa era il modello più ambito da raggiungere, un traguardo diffuso dal cinema dell'anteguerra e poi trangugiato a palate tramite la TV.

Poi la crisi del 2007 comincia a demolire il sogno con un brutto risveglio che prende la forma degli scatoloni dei licenziati della Lehman Brothers, il top della classe media, il simulacro di questa, il bancario con le sue 14 mensilità più bonus a valere sui risultati di bilancio.

E da allora l'eliminazione di posti di lavoro non è terminata e continua anche oggi, con una ripresa timida, che ha una sua caratteristica mai vista: non si creano nuovi posti di lavoro, negli USA sopratutto mancano impieghi pubblici, gli stati e le cittá licenziano e riducono organici perché non hanno soldi.

Anche in Europa si tagliano posti pubblici, ma tutto questo è solo necessità di risparmiare o c'è qualcosa di strutturale che incide sopratutto sulla claSse media?

La verità è che la crisi è anche un'occasione per eliminare sovrastrutture che ci si poteva permettere finché il bilancio era in attivo, poi la crisi crea nuove prioritá: l'azionista vuole la sua rendita ed è disposto a pagare solo quei dipendenti che la rendita gliela assicurano e se i dipendento costano, si eliminano o si affida il lavoro all'esterno vicino o lontano che sia.

E fra i lavori da tagliare c'è quello di tutte le persone che sono dei semplici intermediari, trasformatori di dati e analizzatori degli stessi.

D'altra parte la fine della classe media era nella parola inter-media-rio, cioè il suo classico ruolo che è quello che le tecnologie dell'informazione eliminano.

Potere è potare

Gli stati sono un po' tutti nei guai, per la spirale spesa pubblica eccessiva che determina tasse elevate e necessità di fare debiti, e perché obiettivamente la crisi dipende dal fatto che l'America è in guerra e ci resterà per lustri, e le serie storiche dicono che l'economia americana cresce quando non è in guerra.

Allora gli stati devono tagliare, ma purtroppo tagliano con l'accetta e dove non rischiano l'aggressione di chi di spesa pubblica vive e sopravvive.

Invece la vera arte del comando (se uno ha gli attributi del comandante) non è tagliare ma potare tutti i rami improduttivi e lasciare crescere quelli che possono dare frutti.

Insomma il vero potere è potare.

Il sud non spende

Con grande sconcerto del premier, il ministro del Tesoro accusa le regioni di non spendere 44 miliardi di fondi EU.

E meno male che non l'hanno fatto!

Il ministro dimentica un piccolo particolare da 96 miliardi, la parte che il Ministero del Tesoro dovrebbe aggiungere ai 44 miliardi di Bruxelles.

Perché i fondi per le aree svantaggiate comprendono sempre un co-finanziamento della nazione che li riceve!

E il Tesoro questi soldi li ha?

Ho qualche dubbio!

Il tesoro in fondo alla palude

Dibattito al POLIMI, si parla di crisi finanziaria, faccio un intervento di rottura, un prof allarga i miei concetti e spiega il mio discorso: il paese è ricco ma tutta la ricchezza è praticamente bloccata in immobili, depositi e titoli di stato, roba che rende poco, ma che fornisce all’italiano, ex contadinaccio inurbato e appena sceso dall’albero degli zoccoli, la sicurezza, o una presunta tale.

Purtroppo questa ricchezza, veramente enorme, frutto di risparmio ma anche di evasione ed elusione, non serve a far progredire il paese, è come il ciocco in un camino, si consuma, da calore a chi sta vicino, ma quelli in fondo alla stanza, o addirittura fuori al freddo, vedono solo la luce del fuoco ma non ne ricevono nessun beneficio.

Siamo in una condizione assurda e bloccata: abbiamo un sacco di soldi, siamo un paese con super debiti da parare con super tasse, e non c’è un’euro per l’innovazione.

Ed è solo l’innovazione che crea il lavoro.

La Apple ha investito 1 miliardo i dollari per creare l’iPad.

Quale azienda italiana può investire tanto con il rischio di non recuperare l’investimento, come spesso succede? Nessuna, visto come pure loro sono super indebitate.

E i giovani fanno confronti con altre civiltà e capiscono che la nostra palude, sempre più limacciosa e spesso anche fetida di scandali, senza denari, è as-so-lu-ta-men-te impossibile da bonificare per far emergere un tesoro che, se investito, farebbe stare bene tutti