Lo stato delle cose

Siamo a metá 2011 e tolta l'estate, ci restano solo tre mesi per archiviare anche quest'anno fetente in modo da avvicinarsi velocemente al fatidico 2017 che, nel 2008, avevo previsto come anno del ritorno ai livelli del 2007, cioè quando é iniziata la crisi.

In verità si deve dire che i ragazzotti di McKinsey sono un po' piu pessimisti di me, perché loro dicono che solo nel 2018 si tornerà a livelli 2007, ma non per tutti, visto che la loro previsione é solo per gli USA e comunque contiene la terribile profezia che ci saranno sempre troppi milioni di disoccupati, anche in America, cosa piú che confermata dai dati di questi giorni.

Quindi le varie fantasiose forme della crisi (a forma di V, W, U, L) sono tutte sbagliate: la crisi ha la forma dello swoosh della Nike, una lentissima ripresa dopo una ripida caduta, purtroppo ancora in corso in molti paesi del mondo, fra cui i PIGS, e anche in Italia che continua a illudersi di essere un paese ricco quando la sua ricchezza fasulla é solo frutto di un guazzabuglio amministrativo ormai così intrugliato e così indistricabile che qualsiasi soluzione dello stesso farebbe male a qualche milione di persone riducendole a poveri senza avvenire.

Ma anche se un qualsiasi politico (pronto poi a farsi impiccare da gente improvvisamente fatta svegliare dal sogno beato con la zizza in bocca) si desse seriamente da fare per sciogliere l'enorme nodo gordiano creato da 150 anni di trattative tra poteri forti, e tra questi e un popolaccio che "ricatta" i politici con il voto, cosa avremmo risolto?

In pratica poco o niente. Forse un po' di spese in meno – eliminando però Regioni, Provincie, Enti Previdenziali, contributi alle imprese e riducendo l'esercito e l'apparato di polizia – ma il problema immane dei titoli tossici (e delle leggi truffaldine che hanno permesso di crearlo) non lo può risolvere l'Italia da sola a meno di non ritornare alla lira.

Esclusa questa sciocchezza, l'unica strada per tornare alla casella di partenza é la ricetta svedese del 1994: procedere ad una totale nazionalizzazione delle banche europee, sopratutto quelle grandi e a rischio sistemico, attivare un'immane operazione di pulizia del materiale finanziario tossico e mettere subito in campo una vigilanza europea che impedisca indebitamenti (non ripianabili) di aziende, enti pubblici e stati europei.

Ovviamente bisognerà, in primis, spiegare agli italici che se vogliono una sanità come quella che hanno adesso, «se la devono pagare», cosí come devono pagare il costo reale del biglietto del bus e del treno, e che devono mettersi l'animo in pace in quanto a contributi alle imprese e/o ad agevolazioni: non servono a niente, distorcono il mercato, sono fonte di ruberie e occasione per faccendieri.

Se non si fa tutto questo, e ambressa…ambressa, la ripresa non ci sarà neppure nel 2018 e l'unica scappatoia – per chi può e sa fare qualcosa – sarà emigraren lasciando l'Italia in mano ai profughi dall'Africa che, visto da dove partono, si accontentano che almeno da noi c'è l'acqua corrente per bere e il bidet per lavarsi.

The social network

Come instant-movie è perfetto, eventuali enfatizzazioni aggiungono colore a un racconto molto preciso di come avvengano le cose in America, in quelle università blasonate, con rette stratosferiche, che permettono l’accesso a genietti benestanti che possono trovare altri meno geniali ma più dotati di acume finanziario e capitali per dare corpo ai sogni.

La storia raccontata non ha nessuna importanza, contano solo i dettagli: le confraternite universitarie, i venture capitalist che ci mettono i soldi, la violenta e redditizia estromissione di chi non è più utile o addirittura pericoloso per la compagnia.

Tutte cose che da noi sono impossibili da fare: da noi non si fa gioco di squadra, ci si becca come i polli di Renzo in infiniti battibecchi improduttivi, o in aule di tribunale dove le cause si trascinano per anni, mentre nel film vediamo che tutte le controversie si sistemano da gentiluomini con duelli rituali assistiti da avvocati poco azzeccagarbugli.

Fuori dal mondo

Nel mio romanzo Il sale sulla coda racconto che gli abitanti della parte alta di Posillipo a Napoli dicono che andare oltre la discesa Coroglio e verso Bagnoli e andare a fora ‘o munno, cioè uscire dal mondo. E dal loro punto di vista, di abitanti del posto più bello del mondo, è giusto pensare che uscire da una location preziosa è andare fuori dal mondo.

Cosa che non comprendono le aziende che stanno in posti periferici rispetto al centro del mercato, e non parlo solo dell’azienda di Potenza rispetto a Roma o di quella di Portogruaro rispetto a Milano, parlo anche di aziende che hanno il loro quartier generale in posti fuori città, immerse in campagne desolate che, come è bene che sia una campagna, deve essere lasciata alla vacche e ai carciofi e non certo ad ospitare la sede di un’azienda magari molto orientata al mercato e alla comunicazione.

Ovviamente non si parla di fabbriche, che siano di scarpe o di software, ma si parla di direzione generale, direzione finanziaria e sopratutto di marketing e comunicazione: queste funzioni devono stare dove fare marketing e comunicazione trova alimento di idee e contaminazione da altra gente del marketing e della comunicazione, anche, e sopratutto, di settori diversi da quelli della propria azienda: la contaminazione, come spiega Richard Florida in The rise of Creative Class è l’elemento essenziale per creare nuovi prodotti e questo può nascere solo in posti dove c’è uan massa variegata di persone e dove la loro creatività e magari stravaganza di vita è tollerata, cosa che spesso, nel paesino d’origine dell’azienda, non è possibile perchè s’incontrano sempre e solo i soliti quattro gatti, e di vita stravagante è meglio non accennare proprio per non vedersi sotto l’occhio reprobo del prete, del farmacista e del maresciallo.

Tigre di carta moneta

Riprendo dal blog di Alfonso Fuggetta l’immagine che dice che siamo ancora in crisi e, se interpoliamo la linea della modesta crescita, dice anche che la produzione potrebbe ritornare a livelli pre crisi solo a fine 2013, e sempre che la Germania non costringa la BCE ad alzare i tassi!

Non dovrebbe accadere, anche se ad Alex Weber prudono le mani, così come prudono ai cinesi che sono diventati loro oggi la tigre di carta, carta di bond USA, che detengono a tonnellate, e carta verde dei dollari che gli americani continuano a stampare per sostenere un ‘economia di guerra.

Ma, mentre la Germania ha buon gioco con i poveri greci e basta un bau bau per spaventare l’Italia indebitatissima, la Cina ha già perso la battaglia con gli USA: non può fare niente, deve solo sopportare, perchè costringere l’America a comportarsi in modo virtusoso, cioè non stampare dollari, significherebbe bloccare una speranza di ripresa che oggi è molto anemica, e se l’America va in depressione, si ferma l’intero mercato mondiale, paesi del BRIC compresi.

Poi c’è un’altra ragione più strategica: la Cina, grande paese, è un nano militare, con le sue 180 atomiche non fa paura a nessuno, men che mai agli USA che di atomiche ne hanno 2.400 operative e 9.600 da parte, e i cinesi sono saggi, sanno che quelli verso gli USA sono crediti inesigibili, abbozzano e abbozzeranno, che altro possono fare?