Libertà di parola

Sul Corriere della Sera del 6 luglio 2008, in un box dedicato al caso Alitalia, si usa molto a sproposito la parola AVIONICA che, come si vede dal link su Wikipedia, è una parola di origine USA, contrazione di aviation ed elettronics, e indica l’elettronica installata a bordo di aeromobili.

Per per il termine avionica, nel Dizionario della lingua italiana De Mauro, accessibile anche dalla Internet, la definizione è:

studio e realizzazione di apparecchiature elettroniche utilizzate in aeronautica

Lo stesso errore era pochi giorni prima in un altro articolo, a riprova che nella redazione del Corriere si è diffuso un pericoloso virus informativo dello stesso genere che c’era a Repubblica dove qualche tempo fa, parlando delle dotazioni del soldato USA, si diceva che è dotato di un compasso, traduzione molto pedestre dell’inglese COMPASS che significa bussola.

Se i nostri due maggiori quotidiani insistono e persistono nel fare di questi errori è evidente da dove viene la nostra impossibilità come paese di competere con le altre economie.

Sputtanamento Globale

L’occhiuto Garante della Privacy ha stabilito che si può comunicare lo stato di insolvenza delle imprese, una notizia che offre lo spunto per una riflessione su un arma di distruzione di brand in mano al consumatore, utente, cittadino.
Oggi l’unica cosa che conta in ambito commerciale è il BRAND, cioè il marchio, che assolutamente non può essere sporcato e svalutato da polemiche, lamentele, attacchi e da qualsiasi altra cosa negativa. In un certo senso il BRAND è più importante del prodotto o del servizio. E non sembri strano: avere un ottimo prodotto è il minimo che un’azienda debba avere per competere (perchè se non si ha nemmeno quello è meglio chiudere) e perciò la differenza la fa solo la capacità di mantenere il BRAND nei cuori e nelle teste dei consumatori! E questo si ottiene solo con tanta pubblicità ed un servizio al cliente più che eccellente!
Ogni attacco al BRAND, invece, significa perdita di clienti e fette di mercato. E perciò importante che chiunque riceva un disservizio, un prodotto scadente, o una qualsiasi mancanza di rispetto da parte di un’azienda, l’attacchi pubblicamente sui mezzi di comunicazione.
Se l’azienda ha rispetto per il consumatore, provvederà a chiudere la questione, anche prima di essere attaccata, ma, se non lo fa, allora non è un’azienda che merita i nostri soldi.
Questa strategia rivaluta stampa ed Internet perchè la lettura costringe il lettore alla riflessione, mentre la TV è evanescente: un passaggio in un TG colpisce molti, ma si dimentica subito, mentre un articolo rimane e si può facilmente passare ad altri con un click!

Cari amici avete un’arma galattica in mano: usatela! E’ ora dello sputtanamento globale!

La scuola italiana: la fabbrica degli scarti

Scusate se uso i vecchi termini, ma sono stufo di questa casta di mariuoli, sessuonomi e cocainomani (di ogni colore politico) che ci prende per i fondelli cambiando solo il nome alle cose in modo che tutto cambi e tutto sia molto peggio di prima, per noi, ovviamente.

In una terza liceo, su 20 ragazzi, solo 5 promossi (25%), 5 bocciati (25%) e 10 rimandati (50%); uno addirittura in tutte le materie con corsi di recupero obbligatori e, infatti, il soggetto era molto spaventato dal dover studiare in due mesi tutte le materie.

Insomma, in qualche modo, un’altra a riforma rabberciata è stata applicata acriticamente, ma ci dovremmo interrogare su queste percentuali che, se fossero il risultato di una qualsiasi forma di produzione, sarebbero segni inequivocabili di dover chiudere quell’opificio fallimentare.

Restando alla brutalità dei dati di questa terza classe, essi dicono che:

1) il 25% dei pezzi sono scarti di lavorazione;
2) solo un 25% è defect-free;
3) il 50% va riportato in fabbrica per correggere i difetti.

In definitiva la fabbrica ha sfornato solo un quarto di prodotti buoni, il che mi sembra anche peggio di quello che faceva FIAT prima della cura Marchionne.

Ovviamente la fabbrica dirà che il problema era la materia prima che non era adatta!

Ma la fabbrica ha sempre ragione anche se, vista l’ecatombe fatta per un tardivo (dal ’68) recupero di severità, dobbiamo considerare che, in un paese con pochi giovani, con pochi diplomati e pochissimi laureati, ritardare di un anno l’entrata nel mondo del lavoro di questi ragazzi che sono stati considerati solo “scarti di lavorazione” avrà l’effetto di far arretrare ancora di più un paese dominato da vecchi barbogi che credono ancora alla loro favoletta auto assolutoria dove i giovani sono fannulloni (come i loro padri, of course), dimenticando che ogni bambino nasce con possibilità educative imprevedibili ed ha perciò diritto al pieno successo formativo.

Lo sancisce la Costituzione repubblicana ed è la Repubblica che deve farsene carico, rimuovendo, attraverso la scuola e nella scuola, tutti gli ostacoli che impediscono il dispiegarsi delle potenzialità del giovane.

Se questo non accade, il problema non era nel blocco di creta ma nella mano di chi lo forgia.

La mancata recherche napoletana

Raffaele La Capria s’interroga sul perchè la borghesia napoletana e la classe intellettuale da essa scaturente, e ad essa completamente organica, non abbia mai fatto una ricerca su se stessa. Il che è come chiedere ad un’organizzazione poco funzionante di comprendere da sola le proprie deficienze senza un aiuto esterno. Oppure come chiedere ad un nevrotico di guarire senza andare in analisi. Un sistema in crisi, sia esso una persona, un’azienda, una famiglia, una classe sociale, non può auto scoprire i propri difetti ed è questa la ragione per cui ci si affida agli psicanalisti, ai consultori e ai consulenti aziendali. Perchè loro sono fuori del meccanismo che gira su se stesso senza produrre niente o che, al più, produce sempre e solo le stesse cose, le stesse bugie, le stesse giaculatorie auto-assolutorie. Anzi, per evitare che le deficienze vengano fuori, il sistema tende a nasconderle ed è questo che ha fatto per decenni la borghesia napoletana e la sua classe intellettuale: parlare di sentimenti, di cose intime, di fatti personali, un po’ anche di politica e mai e poi mai della classe di appartenza come tale e, sopratutto della sua enorme paura di poter tornare indietro nella scala sociale, perdendo valori posizionali inestimabili ed unici. Volete mettere una casa con vista golfo con una a via della Spiga con vista sulla sciura di fronte?
Non vi è stato un Proust napoletano perchè Napoli è una città totalizzante e manichea. O si è o non si è, perchè la differenza fra chi ha (anche solo in apparenza) e chi non ha è così enorme, come status e appropriazione di valori posizionali unici, che chi appartiene alla parte fortunata assolutamente dimentica la parte lacera e stracciona da dove è venuto, perchè ha paura di ritornarci, se la sua promozione sociale è stata ottenuta da una durissima scalata ad ogni costo, o la ignora del tutto perchè chi è nato, cresciuto e pasciuto a Chiaia, a Posillipo e al Vomero, dell’altra Napoli non ne conosce neppure l’esistenza.
Finchè un giorno triste il corpo malaticcio della città povera, non curato dalla borghesia intenta nei suoi riti fatti di burraco e inutili serate a dormicchiare a teatro, non si ammala sul serio e va in crisi. Oggi la monnezza, ieri la fine ingloriosa del Banco di Napoli, l’altro ieri il colera, domani chissà. Allora i riflettori si accendono sulla città, con fastidio della Napoli fortunata degli alti burocrati, dei professori universitari, degli imprenditori veri con dichiarazioni dei redditi “da nord-est” e, ovviamente, a quel punto non sapendo che fare, perchè non sono abituati a governare una città complessa e, stante il fatto che la politica è sempre stata delegata agli scalatori sociali per merito di partito, cioè gente che sa come si manipola un’assemblea sindacale ma non sa niente di management, alla fine invocano sempre una Roma che risolva. Ovviamente, Roma, basandosi sulla comoda vulgata che è tutto e sempre colpa della camorra, tesi avvalorata da libri e film di successo degli intellettuali organici alla borghesia latitante, alla fine manda uno scontato prefetto o commissario, cioè uno sbirro, che facendo la “faccia feroce” dovrebbe sanare tutto.
Qualche volta funziona e tutto ritorna come prima. Anzi, meglio di prima, perchè lo sbirro di turno viene convinto, fra una festa vista Vesuvio e una cena in un circolo nautico, che, per oliare i meccanismi inceppati, è meglio che Roma molli un po’ di euro di cui, come in un paese del terzo mondo, si approprierà la solita borghesia, di solito assente, ma sempre pronta a sedersi davanti ad una tavola ben imbandita.

Un’occasione per chi faceva finta di Essere di mettere a posto anche l’Avere del conto in banca in rosso profondo, tanto che, per farsi la mesata in un buco a Capri, si era dovuto lasciare un conto scoperto dal salumiere o non si era pagata la retta alla scuola privata.

Perchè la verità che gran parte della borghesia napoletana non vuole fare emergere è che pure loro sono degli straccioni ed è ovvio che le signore “bene” che comprano sulle bancarelle dei mercatini non amino che si veda che sotto allo Chanel hanno la sottana di acrilico e le mutande di cotonina cinese.

E non credo che un Proust napoletano abbia molto da dire su una tale borghesia fasulla.
Di quella ha già detto Scarpetta in “Miseria e Nobiltà”!

Arrestare la monnezza

Quando si tratta del sud la Repubblica Italiana, erede dello stato sabaudo finito nel ridicolo di una fuga di mezzanotte dei suo minuscolo reuccio, non trova di meglio che mandare un poliziotto, sperando che questo “arresti” la monnezza. L’idea razzista è che basti la forza per rimettere a posto i meridionali, come 160 anni fa quando Bixio massacrò gli abitanti di Bronte in Sicilia che avevano creduto in Garibaldi e nelle sue promesse socialiste.

E’ la solita sindrome della “Buona Fatina dai Capelli Turchini” che, con bacchetta magica d’ordinanza, toglie quelle teste di legno dei pinocchi italici dai casini nei quali loro stessi si sono cacciati.

Purtroppo la monnezza non si può eliminare con le soffiate del balordo nell’orecchio del maresciallo, ci vogliono analisi, studio, programmazione, organizzazione, denari e, soprattutto, tanto spazio che in Campania non c’è; con 5,8 milioni di abitanti ed un territorio orograficamente non felice (34% montuoso, 50% collinare), trovare zone per le discariche non è difficile, è impossibile, gira e rigira, una discarica finisce sempre a poca distanza da zone densamente abitate (427 abitanti per km quadrato) e/o da zone agricole che sarebbero condannate.

Si dovrebbe imporre la raccolta differenziata e lo zero waste, ma questo presuppone organizzazione, siti di riciclo, eliminazione a monte di rifiuti, gestione dei rifiuti industriali e sparare multe salate per chi non si adegua.

Qualcuno della Casta, di qualsiasi colore sia la sua casacca, ha abbastanza coraggio per fare la faccia feroce con popolazioni che sono sull’orlo della miseria? C’è da dubitarne fortemente!

Non resta che, ambressa, ambressa, mandare la monnezza in Germania, che non è una cosa economicamente disdicevole: diamo dei soldi ai tedeschi e loro in cambio continueranno a venire fare i turisti in luoghi puliti perchè ne Bassolino, ne Berlusconi hanno la bacchetta magica.

Il primo se ne deve essere reso conto da un pezzo. Vediamo quell’altro quanto tempo ci mette a svegliarsi dal suo sogno dorato dove Alitalia diventa profittevole e la monnezza si “arresta” con la paletta con la scritta “Ministero degli Interni”.