Tatuaggi ed esibizionismo

Come diceva il buon vecchio Hegel il massimo desiderio dell’essere umano è essere riconosciuto e, come tutte le umane pulsioni, questa immanente esigenza interiore si distribuisce fra gli umani secondo una classica curva gaussiana.

Da un lato ci sono gli esibizionisti estremi e dall’altro le persone che fanno di tutto per non apparire e in mezzo tutte le variazioni sul tema. Ci sono tante ragazze, anche belline e con un corpicino niente male, che però fanno di tutto per insaccarsi in: maglie, maglioni, sciarpone, parka, cappelli di lana calati fino alle orecchie e, ovviamente, occhiali da sole a specchio.
Di contro, ce sono centinaia di altre che vanno in giro con pantaloni a vita così bassa, ma così bassa, ma così bassa che devono farsi la depilazione, cosidetta alla brasiliana, anche d’inverno.

Tatuaggi, piercing, capelli viola non sono altro che una delle tante forme di esibizionismo più o meno patologico come: le auto costose, le seconde mogli più bellocce e poppute delle prime mogli, le soubrettine in sostituzione delle seconde mogli, le barche da 2 milioni di euro (escluso accessori), le pagliacciate delle curve allo stadio, i teatrini della politica, i manager che vestono tutti gli stessi gessati, i manager con la doppia cravatta, i pelati che finiscono di pelarsi, tutto il variegato e variopinto mondo della moda e purtroppo, e dulcis in fundo, anche scrittore, giornalisti e blogger.

Anche scrivere è una forma di esibizionismo patologico il cui scopo è farsi “riconoscere” da altri esibizionisti: i cosidetti giornalisti e blogger arrivati, LE FIRME, i direttori e, ovviamente, dalle ragazzette fresche di università che sperano di poter sculettare sulle pagine di un giornale nazionale mentre prendono ben 20 euro a pezzo sobbarcandosi lunghe attese in anticamera per intervestare un esibizionista che ce l’ha fatta!

Finanza P2P: il fenomeno ZOPA

Al convegno di IDC, “The European IT Banking Forum 2006” le due relazioni più interessanti sono state quelle di Bob Giffords, analista indipendente del settore finanziario, e quella di Tim Parlett, uno dei fondatori di ZOPA, acronimo di Zone Of Possibile Agreement, un luogo sulla Internet dove la gente comune può offrire denaro in prestito ad altra gente normale, che ne ha bisogno, senza dover pagare salatissime intermediazioni alle banche che servono, soprattutto, a pagare i lautissimi stipendi dei banchieri, le stratosferiche parcelle dei loro consulenti ed i lussi megagalattici dei consigli d’amministrazione.

ZOPA è un esempio concreto di quello che Giffords ha descritto, come uno degli scenari futuri a breve termine, ad una platea di banchieri e bancari che si dividevano fra chi non credeva per niente alle parole dell’analista e chi, semplicemente, non aveva capito niente di come si sta evolvendo il pur statico settore finanziario, forzato a darsi una mossa a causa della diffusione delle tecnologie dell’informazione e soprattutto della Internet e del WEB 2.0.

Zopa è il posto dove una persona qualsiasi può chiedere prestiti alla community di chi offre denaro, altra gente normale che ha qualche soldo in più e che vuole far fruttare meglio di quanto gli possa offrire la banca. Il tutto in sicurezza e con grande semplicità perché il modello di ZOPA è un meccanismo che si basa su pochi punti di forza.

Chi cerca un prestito è analizzato da ZOPA utilizzando i dati messi a disposizione dalle centrali rischi e dai sistemi antifrode ed, ottenuta la storia finanziaria di una persona, è possibile ricavarne un grado di affidabilità che ne determina anche il rischio e di consegunza anche il tasso da applicare al suo prestito.

L’altro punto di forza è che il prestito è spalmato sulla platea di persone che offrono denaro e che intendono ricavare un interesse pari a quello che il mutuatario potrà pagare. In questo modo il rischio per ognuno degli offerenti è di poche sterline e quindi con poche probabilità di perdita dell’intero capitale investito. Un prestito di 500 sterline, ad esempio, è spalmato su almeno 50 persone che, al più, rischiano solo 10 sterline.

Il guadagno di ZOPA è una piccola quota per il servizio, che è infinitamente più bassa di tutte le commissioni che di solito si debbono pagare alle esose banche. Per ogni prestito ZOPA trattiene sul capitale prestato una percentuale dello 0,5% (zero virgola cinque) ed un altro 0,5% l’anno lo deve chi concede il prestito.

Due conti della serva: se chiedo 2.000 sterline, il costo per l’operazione è di 10 sterline, che è aggiunto al capitale da restituire. E basta! Dovrò restituire 2.010 sterline, mentre ne ricevo sul c/c bancario 2.000.

Chi presta paga lo 0,5% sul capitale prestato: se uno presta 1.000 sterline ne paga 5 come commissione, per cui, se presta al 7%, guadagna 70 sterline di interessi per ogni anno, da cui deve sottrarre le 5 sterline di commissione, per un totale di 65 sterline di guadagno.

Bello vero? Ma questo è solo l’inizio perché questi meccanismi possono essere facilmente replicati all’interno di quelle che Bob Giffords chiama “nicchie”, cioè comunità di persone che si conoscono, condividono interessi o fanno affari insieme e che possono trovare più conveniente fare transazioni finanziarie fra di loro piuttosto che subire l’intromissione ed i costi delle banche nei loro affari.

Come ha spiegato Tim Parlett è proprio questo il meccanismo che incentiva la gente a servirsi della finanza P2P: chi ha bisogno di un prestito cerca anche comprensione dei suoi bisogni e chi presta denaro non cerca solo il guadagno ma anche un compenso di tipo emozionale. E’ l’effetto eBay: non si partecipa alle aste solo per fare affari ma anche e soprattutto per fare un’esperienza. Fare un’esperienza è oggi l’elemento che, in alcuni casi, fa decidere di pagare un prezzo più elevato perché si riconosce che il caffè bevuto nella Piazzetta di Capri ha un valore molto ad di là del valore intrinseco del caffè anche se, ad onor del vero, solo un caffè preparato da qualsiasi barista sotto alla linea del Garigliano-Liri si può definire un caffè.

Ma ZOPA è anche e soprattutto una comunità ed il piacere di far parte di una community è un potente elemento di interesse, come dimostrano i milioni di gruppi che sono nati insieme ad Internet che è oggi passata alla fase successiva: al Web 2.0, il web della partecipazione, il web dove è l’utente che detta le regole, dove l’utente suggerisce i prodotti. E’ lo stesso effetto che avevano scoperto da tempo gli stilisti: sono le persone che fanno lo stile ed il lavoro del creativo è essenzialmente osservare lo streetwear, cioè quello che si porta, quello che la ragazzine inventano per sottolineare i loro corpi che sono molto diversi da quelli delle madri. Il compito dello stilista è quello di rielaborarlo in prodotti più fascinosi e, ovviamente molto più costosi perché branded. Nel settore della moda siamo già al Dress 2.0 dove il cliente fornisce l’input. Borse da donna con manici molto corti per portarle a giro manica per non essere scippate ed occhiali avvolgenti scuri per difendersi dalle luci stroboscobiche delle discoteche sono le cose nate dall’osservazione della vita di tutti i giorni.

Ma l’appartenenza ad una community non è il solo e nemmeno il più importante elemento perché giocano anche potenti forze psicologiche come: il voler rendersi utili agli altri (sindrome del boy scout), il piacere di aver fatto un affare (l’affarista), ed anche quello ancora più potente di fottere le banche (il graffitaro). Tutte sindromi umane di esseri umani che vorrebbero essere trattati, anche dalle paludatissime e laccatissime banche, come persone e non come numeri di conto da prosciugare mediante fantasiose commissioni che alla fine sono percepite, né più né meno, come un pizzo camorristico che non è per niente una bella esperienza.

ZOPA è un classico effetto long-tail: molti piccoli prestiti generano tante piccole commissioni che alla fine sono più consistenti in volume di grandi commissioni su prestiti anch’essi molto grandi che però implicano anche rischi più grandi. Un metodo da applicare molte altre situazioni bancarie dove, ad esempio, si potrebbero dare micro prestiti a basso interesse che, come dimostra l’esperienza di Yunos, il banchiere dei poveri, hanno alti tassi di ritorno. In parole povere: meglio tante uova domani che tirare il collo alla gallina oggi come fanno invece i signori delle carte revolving o quelli che adeguano automaticamente il tasso dei mutui alle incomprensibili manovre della BCE, un’altra istituzione che si illude di guidare un’economia complessa come quella di EU-27, con la sola leva del cambio.

Come pilotare un Jumbo con il joystick della Playstation.

No Brand? No party!

Il settore finanziario italiano è uno dei più lenti nell’adattarsi ad un mondo che è fondamentalmente guidato e dominato dal brand. Per quanto Naomi Klein si possa far venire crisi isteriche e sturbi vari, il brand ed i suoi elementi costitutivi (fra cui il famigerato ed odiato logo) è ancora oggi, e lo sarà a lungo, il maggior veicolo di attrazione e fidelizzazone del cliente. Questo perchè il brand riassume in maniera iconica una serie di punti di forza che sono alla base delle scelte del consumatore che, a differenza di quanto pensano tanti, sono quasi sempre scelte per niente ragionate ma molto più decise in modo automatico o, molto al limite, in modo semi automatico.

D’altra parte l’origine stessa di brand (etimo di “torcia” e per traslato “marchio impresso a fuoco”) deriva dalla necessità di quei pittoreschi ubriaconi scozzesi di essere certi che il whisky, di quello buono invecchiato 12 anni come piace a Michele, fosse quello sul quale il produttore avesse impresso il proprio logo e certificato così il prodotto. In una taverna scozzese, alla luce fioca delle torce, e con la vista annebbiata dai fumi dell’alcol, il consumatore in kilt indicava la botte con quel logo e così si risolvevano anche pericolose dispute che potevano finire a colpi di claymore, le pesanti spade che ogni buon selvaggio scozzese portava sempre con se finché i loro più selvaggi cugini inglesi non li fecero a pezzi nella battaglia di Culloden Moore dove ogni velleità indipendentista si squagliò come neve al sole dopo che i dragoni inglesi passarono casa per casa e uccisero vecchi, donne, bambini. E Handel, dietro compenso, of course, compose l’oratorio “Judas Maccabaeus” in onore del Duca di Cumberland che è sicuramente fra gli avi di quegli raffinati banchieri della City che non fanno sconti quando si tratta di massacrare le aziende avversarie. Meditate gente, meditate: dietro ad ogni laureato a Cambridge c’è sempre qualcuno i cui antenati scannavano feriti scozzesi a Culloden Moore il 16 aprile del 1746, cioè appena 260 anni fa.

Dato agli inglesi quello che gli spetta, ritorniamo al brand ed alle ragioni della sua importanza anche per le banche. La forza del brand sta nel fatto che anche oggi il consumatore non ha tempo per districarsi nella bolgia continua di comunicazione istituzionale e pubblicitaria da cui viene continuamente bombardato. In questo frastuono deve comprendere nella numerosa offerta, e per ogni settore economico, qual è il meglio per se, ed in questo tentativo di uscire con un suo vantaggio dalla foresta di messaggi la strada più semplice è quella di dare fiducia a quei marchi che “emozionalmente” gli ispirano fiducia. Perché in un paese in via di sviluppo è meglio bere una CocaCola piuttosto che una qualsiasi Local Cola? Perché “a naso” sappiamo che anche l’imbottigliatore locale della Coca Cola deve rispettare severe regole imposte da Atlanta che sicuramente non vuole perdere ne i consumatori ne la faccia, cioè la forza del suo brand.

Perché un brand deve soprattutto dare fiducia al cliente, fiducia che il prodotto/servizio fornito sia in linea con le sue aspettative e con le promesse che il fornitore fa implicitamente. Chi compra Mercedes o BMW si aspetta una certa qualità di prodotto e la sua scelta fra due prodotti simili dipenderà solo dal messaggio emozionale che il prodotto gli ispirerà. Ovviamente il prodotto deve avere le qualità per competere ma è stato ampiamente dimostrato che fra prodotti simili il consumatore sceglie quello che gli trasmette fiducia, affidabilità e, strano a dirsi, che gli racconti una storia. E qui le banche italiane stanno messe moto male perché di storie, nel senso di monster balls ne hanno raccontate tante ai loro clienti che invece vorrebbero che il loro marchio raccontasse una storia di successo, che il loro brand bancario sia rappresentato da AD presentabili, gente che sa portare bene lo smoking, con una bella famiglia, che sappiano stare lontano dagli scandali, insomma qualcuno in cui identificarsi e non l’impiegata con due belle mezzelune di sudore sotto alle braccia, i capelli sporchi e l’aria che piuttosto che pensare al tuo danaro sta pensando che non si è ancora potuta cambiata l’assorbente.

Questo vale sempre e spiega perché la classifica dei top brand vada di pari passo con le fortune aziendali, tanto che esistono valutazioni di quanto vale un marchio in termini economici e non sorprende che i brand che valgono di più sono anche quelli delle aziende che sono al top delle classifiche generali e di settore.
E’ stato provato che avere un brand conosciuto dai consumatori, anche nel settore finanziario, è un elemento che dice immediatamente se la banca funziona meglio dei competitori perché una banca con un brand che abbia un valore funzionale ed emozionale fornisce ai suoi stake holders una promessa di efficacia ed efficienza, soprattutto se il brand serve a condividere una stessa identità. In parole povere un brand diventa un’icona, una bandiera di un’azienda di cui si è orgogliosi di fare parte come cliente, dipendente ed azionista. Qualcosa di lievemente irrazionale che, alla fine, somiglia molto all’amore perché è proprio questo l’effetto finale di un brand: suscitare amore verso l’azienda. Un amore che deve continuamente ravvivato ed essere diffuso in tutta l’organizzazione e che di solito è sintetizzata in uno slogan aziendale, la tagline che appare sui siti delle aziende di successo “Your potential. Our passion” è la tagline di Microsoft. “You & Us” quella di UBS, “The world local bank” quella di HSBC, “La banque du un monde qui change” quella di BNP Paribas.

Al contrario nelle nostre banche di solito è molto difficile trovare una frase che descriva sinteticamente l’essenza dell’azienda. Anche un dipendente di vecchia data non riesce a dare con un immagine semplice, immediata e pregnante l’essenza della sua azienda. D’altra parte è comune esperienza sentire l’impiegato allo sportello che smoccola sull’azienda che gli sta pagando lo stipendio, le rate della macchina, il mutuo e la scuola di pianoforte della figlia con velleità artistiche. Ma d’altra parte che fanno le aziende finanziarie per pompare il brand? Assolutamente niente o, quando lo fanno, si danno da fare con soluzioni fatte in casa come quella banca che aveva scelto un logo veramente orrendo, senza senso ed anche fuori contesto che però aveva il pregio di piacere all’AD che ha imposto che quella schifezza troneggi su tutte le agenzie della banca anche se aveva lo sgradito secondario effetto di dare fastidio agli automobilisti perché le sue luci multicolori si confondeva con i semafori.
E se volete toccare con mano un esempio di totale ignoranza del valore del brand nelle banche italiane lo si può sperimentare in maniera molto semplice su Internet.

Premettiamo che, con pochi soldi, frazioni infinitesime dei costi di una banca, è possibile far digitare un nome internet senza il www iniziale e questo per agevolare il navigatore, ma anche perché l’azienda ha contezza del fatto che il suo è un brand affermato e conosciuto. Provate a digitare ibm.com o cocacola.com o uno qualsiasi dei global brand e sarete portati sul sito istituzionale dell’azienda. Ovviamente funziona anche ibm.it o xerox.it perché il www è roba per il sito di una paninoteca. Se ne accorto anche Beppe Grillo che può essere raggiunto a beppegrillo.it.

Provare anche: hsbc.com, bankofamerica.com, barclays.com, bnpparibas.com, socgen.com, abnamro.com, citi.com, deutschebank.com, rbs.com, jpmorgan.com, morganstanley.com, ubs.com, ing.com, creditagricole.com, abbeynational.com Funziona! E qualcuno ha anche comprato i siti .eu.

Ora fate la stessa prova con le maggiori banche italiane. Unicredit.com non esiste, capitalia.com è stato scippato da uno più lesto di Geronzi. Intesasanpaolo.com non esiste. Ma non esiste nemmeno intesa.com, mentre sanpaolo.com porta ad una pagina anonima dove qualcuno si scusa del disagio. Generali.com non esiste, generali.eu parla di generali e di battaglie e mediobanca.com porta ad un sito che tratta oro che è abbastanza vicino alle attività bancarie ma non è la Mediobanca. Unipol.com appartiene ad altri. Ubibanca.com non esiste. Alcuni nomi sono addirittura liberi e possono essere comprati: una bella pacchia per i phisher.

Che significa tutto ciò? Semplicemente che, in generale, le banche italiane non hanno alcun attenzione al brand, il che potrebbe voler anche dire che loro dei loro stake holders non se ne fottono assolutamente niente. Basta che, come quel fesso di Pinocchio, portino in banca gli zecchini e poi, se lui vuole trovarci via web o via call center, è un fatto assolutamente secondario e neppure da incoraggiare perché il cliente è solo un grosso fastidio che distoglie dalla impellente necessità di andare a cazzegiare al bar di fronte.

FED e BCE: volo a vista

Il 17 dicembre 1903 i fratelli Wilbur e Orville Wright a Kitty Hawk, North Carolina (USA) fecero volare un vero aereo e questo contro le temerarie affermazioni di grandi scienziati, compreso il grande Edison, che avevano sentenziato che il volo di un manufatto umano più pesante dell’aria era fisicamente impossibile. Invece, due costruttori di biciclette dimostrarono che, se si abbandonano le vie solitamente seguite e ci si industria per risolvere un problema, non c’è traguardo che l’uomo non possa raggiungere.

Il loro Flyer, un insieme di metallo, legno, stoffa e di un piccolo motore a scoppio, non era complesso come un moderno Airbus o un Boeing, ma ne aveva le stesse necessità di comando e controllo ed, infatti, la chiave del successo dei fratelli Wright fu l’installazione di un sistema di manovra sui tre assi che comprendeva la possibilità di modificare il profilo delle ali per il bilanciamento laterale, un timone mobile verticale per il controllo della direzione ed uno orizzontale per la salita e la discesa.

Quello di cui dispongono oggi i banchieri centrali per gestire la complessa macchina della finanza è qualcosa di simile, e forse anche di molto più rudimentale, del sistema usato dai fratelli Wright per pilotare un aeroplanino di legno e tela quando, invece, per gestire una macchina composta di milioni di parti che operano sui mercati finanziari mondiali, ci sarebbe bisogno di un sistema di previsioni, di comando e di controllo molto più complesso, molto più sofisticato e perciò molto simile a quello che serve a gestire tutto il traffico aereo che insiste 24 ore su 24 sopra l’intero pianeta Terra.

Di fronte all’attuale crisi immobiliare, ampiamente prevista dagli economisti seri (vedi Robert J. Shiller “The New Financial Order” ,2003), ovvero non quelli che passano le giornate a mendicare un passaggio da Vespa e da Mentana, i banchieri centrali, coadiuvati dal loro codazzo di funzionari lautamente retribuiti, hanno mostrato al mondo di non avere altri strumenti di gestione che un’arcaica manovra sui tassi che ha effetti devastanti sia che venga utilizzata per frenare la liquidità sia che venga usata per dare denari ad un mercato asfittico e poco liquido.

La ragione è che manovrare solo i tassi è un modo rozzo e brutale di gestire la finanza in quanto gli effetti si spandono in maniera indifferenziata su tutti gli operatori con le conseguenze non volute (?) che vediamo in questi giorni. L’idiozia della FED di aumentare i tassi USA ha fatto lievitare le rate dei mutui e dei prestiti in un paese super indebitato e questo ha provocato l’ondata di default ingenerata anche dal vizietto di banchieri molto golosi di dare credito facile e senza controllo anche a cani e porci, cioè anche a chi non aveva merito creditizio. In parole povere, per bloccare il credito facile Greenspan, Bernake (ed il loro imitatore Trichet) hanno pensato bene di alzare i tassi, che è come dire che per evitare che dei vecchi volponi (gli hedge fund) vengano a bere nell’abbeveratoio delle vacche sane si chiude il rubinetto per tutti con la non voluta (?) conseguenza di far morire di sete anche le vacche da latte, cioè i piccoli utenti, cioè tutti noi ordinari mortali che di solito non abbiamo ne tempo ne denaro per specule sulle differenze di cambio e di tassi.

A che serve alzare i tassi ad un impiegato che si è comprata la casetta per viverci, conscio che è meglio investire in un piccolo esborso mensile per una rata affrontabile invece di buttare denaro in fitti senza ritorno? A che serve aumentare la rata al piccolo negoziante che compra le mura del suo negozio invece di far abboffare una vecchia stronza redditiera che campa da parassita sul lavoro degli altri? A che serve aumentare il costo dei prestiti per l’imprenditore serio e lavoratore che utilizza il credito in maniera giusta, cioè come polmone e non come capitale di rischio? Non serve ad un tubo. Anche se io userei una parola di 5 lettere più pregnante e meglio adatta al livello di incavolatura. Anzi, ha un effetto del tutto opposto a quello che (a chiacchiere) si propongono i banchieri centrali: fa solo aumentare l’inflazione, cioè la crescita dei prezzi.

Il meccanismo è molto semplice, siccome nessuno vuole perdere il proprio patrimonio, soprattutto se è la casa dove si abita o il proprio negozio, e nessun imprenditore può ridurre i costi oltre un certo limite (i famosi costi incomprimibili) è gioco forza, se i banchieri aumentano i tassi in maniera indiscriminata, che tutti si diano da fare per aumentare i propri redditi. I lavoratori chiedendo più salario e gli imprenditori aumentando i prezzi di merci e prestazioni. E, se le due cose non sono possibili, assistiamo a fenomeni che disturbano parecchio un’economia come la delocalizzazione delle imprese verso paesi più convenienti. Ovviamente, aumenti di salari e di prezzi fanno aumentare l’inflazione che è proprio il contrario di quello che (a chiacchiere) vorrebbero i banchieri centrali con le loro generalizzate acritiche manovre sui tassi che assomigliano tanto a una bomba atomica lanciata per sterilizzare un pantano pieno di rane, bisce e zanzare.

Che bisognerebbe fare invece? Bisogna rapidamente tornare ad un efficace e severo controllo del sistema finanziario impedendogli con la forza della legge (e non con la eludibile moral suasion) di prestare soldi a chi non può ragionevolmente restituirli. Questo significa anche che bisogna tornare ad un’antica regola: tassi bassi e bassissimi per chi non è a rischio e tassi proporzionalmente alti per chi è ha rischio o per chi fa operazioni a rischio e/o opera in mercati rischiosi. In altre parole tassi al 2 o 3% al massimo per i mutui e tassi alti e altissimi ai signori degli hedge fund e per tutti coloro che acquistano attività (finanziarie, immobiliari, azionarie) con soldi non propri e con l’utilizzo di leve finanziarie.

Grazie alle tecnologie dell’informazione non ci vuole molto a mettere in piedi un sistema di controllo in tempo reale e che ha anche una sua giustificazione etica e tanto per spegnere le voci contrarie (e disinteressate?) di chi vuole un mercato assolutamente e troppo libero che spesso si trasforma in una specie di selvaggio west dove vale la legge del più forte (le banche). Se ogni parte di un moderno aereo deve essere certificata per autorizzarlo a trasportarci, se le nostre auto devono rispettare severi parametri di sicurezza ed inquinamento per poter circolare, se i giocattoli dei nostri bimbi devono essere tolti dal mercato se sono potenzialmente pericolosi, se un formaggio per essere venduto deve garantire provenienza dei componenti e di processo, allora si può benissimo obbligare le banche e tutti gli operatori che concedono credito a rispettare delle semplici norme di prudenza nei confronti di pericolosi avventurieri e abbassare i tassi verso chi vuole solo una rata affrontabile per realizzare un sogno umano mimino: un tetto sopra la testa.

Non tutte le truffe vengono per nuocere

Una delle previste e probabili next big thing, ovvero il qualcosa che dovrebbe ridare vigore a mercati un po’ affamati di novità dopo l’abbuffata internet e dei celluari, sono gli RFID, le targhette elettroniche applicate ai prodotti che renderanno più semplice gestire la logistica. Gli RFID, infatti, si leggono a distanza, senza alcun contatto ed agevolano la gestione delle merci con un conseguente effetto positivo sui prezzi al consumo.

Gli RFID da noi stentano a decollare perchè, come al solito, manca un elemento di spinta, un driver che ne permetta l’adozione su larga scala. Negli USA c’è il solito Department of Defense, sempre a caccia di innovazioni, che spende e spinge per l’adozione delle magiche targhette che sono un grosso aiuto per la gestione di milioni di oggetti che sono alla base della logistica di una delle più grandi forze armate del mondo. Milioni di tonnellate di merci sono spedite ogni giorno in giro per il mondo e l’identificazione certa di un materiale può essere, nel campo militare, più che un modo di risparmiare piuttosto un accorgimento per evitare errori fatali. E non è un erroraccio inviare ad un reparto combattente un pallet pieno di dentifrici invece dei pezzi di ricambio per un radio da campo.

Altro grande protagonista americano della svolta RFID è Walmart, il colosso dei supermercati, che, con la sua potenza contrattuale, sta obbligando tutti i suoi fornitori a marcare i prodotti con le etichette elettroniche. E, siccome nessuno è disposto a perdere un cliente come Walmart, tutti si adeguano e si crea così una cultura basata sulle etichette intelligenti e questo darà un ulteriore impulso all’economia americana, confermando che è l’innovazione il principale motore per lo sviluppo delle economie moderne che devono pararare la concorrenza dei bassi costi praticati dai paesi in via di sviluppo.

Questi ultimi sono molto aggressivi, pronti a copiare ogni tecnologia ma anche disposti a giocare sporco e fuori delle regole, utilizzando metodi molto spesso illegali ed talvolta anche criminali come sono la contraffazione dei prodotti di marca e la loro sostituzione con prodotti pericolosi per i consumatori. Ormai è all’ordine del giorno scoprire dentifrici taroccati, medicinali che non hanno nessuna sostanza attiva, giocattoli velenosi e pericolosi che costano poco perché non rispettano le rogale che i paesi civili si sono dati con molto affanno per tutelare i consumatori.

In questo caso gli RFID potrebbero essere la risposta delle marche per evitare la contraffazione ottenendo un duplice risultato: tutela effettiva del consumatore e adozione immediata degli RFID che avrebbe un benefico effetto sui costi della logistica che sono poi scaricati sui prezzi finali.

Prendendo ad esempio il caso dei dentifrici contenenti sostanze tossiche e spacciato come quelli della famosa Colgate, è chiaro che, se in ogni tubetto fosse annegato un chip univoco, sarebbe facilissimo per il consumatore verificare l’autenticità del prodotto nel momento stesso che il tubetto passa sullo scanner della cassa. Per non parlare di quei prodotti cui prestare maggiore attenzione come i medicinali la cui contraffazione può portare gravi conseguenze per il malato.

Al momento però l’adozione degli RFID è frenata dal costo che è, come al solito, funzione dei volumi ma, se non si considera solo il vantaggio per il singolo sistema ma quello che ne avrebbe l’intero sistema industriale/commerciale, nonché quelli in termini di sicurezza (morti, malattie ed incidenti evitati) allora il costo è un elemento marginale. D’altra parte anche nelle automobili abbiamo avuto una lotta fra chi voleva maggiore sicurezza e l’industria che non voleva caricarsi di altri costi. Per fortuna hanno vinto i primi ed oggi abbiamo auto che costano meno di quelle degli anni 60 ma con una dotazione di sicurezza che è andata bel oltre le aspettative di chi metteva la salute dell’automobilista davanti ad ogni interesse economico. Le battaglie per la sicurezza automobilistica non hanno solo prodotto le cinture, i caschi, l’ABS e l’airbag ma hanno creato in primo luogo una cultura: quella della protezione del consumatore.

Adottare gli RFID per capire se una scatola di aspirine è originale o nient’altro che un po’ di qualche sostanza bianca, forse non innocua, può sembrare eccessivo e stupido ma far morire un bambino perché ha messo in bocca un giocattolo tossico non a norma CE lo è infinitamente di più.