Fatture elettroniche

La prima e-mail è stata spedita nel 1971 mentre Internet è diventato un fenomeno di massa nel 1994, eppure oggi, nel 2008, quattordici anni dopo, ci sono ancora aziende che non hanno capito i vantaggi della rete anche come mezzo per diminuire i costi.

E non sto parlando della Pubblica Amministrazione (PA) che ha ancora i cancellieri che scrivono a mano! Per fortuna con la penna biro e non con quella d’oca.

Mi riferisco ad operatori telefonici, cioè coloro che sono il supporto fisico alla rete Internet.

Wind mi manda la fattura bimestrale via e-mail e questo mi evita buttare nell’immondizia la busta con finestra chimica che mi fa sempre sorgere il dubbio: carta o sacco nero?

Inoltre, evita certamente a Wind il costo di stampa e spedizione, un costo che naturalmente si scarica sul consumatore. E già sarebbe interessante quantificare il risparmio totale.

Anche altri fornitori si stanno lentamente, molto lentamente, troppo lentamente adeguando.

A2A, azienda energetica milanese-bresciana offre il servizio solo da quest’anno, così come solo dall’anno scorso lo fanno anche alcune carte di credito.

Ma quello che è assurdo è che altri operatori telefonici non solo non offrono il servizo di spedizione delle fatture via e-mail, ma nemmeno lo prevedono.

Per quali ragioni? Mistero.

Chi è causa del suo mal, pianga se stesso

L’economia tedesca frena! Mi fa proprio piacere, anche se le conseguenze le sentiremo anche noi!
Adesso speriamo che la signora Merkel, l’unico capo di governo con le palle nella EU, chiami a rapporto i cacasotto (da inflazione) della Bundesbank e gli dica di ordinare alla banda Trichet di smettere di trastullarsi con il tasso d’interesse, non alzarlo ancora e cominciare a riflettere (ma senza perdere troppo tempo) di riportare i tassi sotto al 3% e, nel contempo, ordinare alle banche di non prestare soldi a chi non li può restituire e/o li usa per scalate senza avere i denari.

Imprese nelle banche o banche nelle imprese?

Forse saprete che la casta italica è spesso bacchettata dalla UE perchè non applica subito le direttive europee, salvo qualche caso dove c’è un interesse a fare ambressa, ambressa.

Una di queste è quella che permette una più pesante partecipazione della banche al capitale delle imprese, infatti, la direttiva esaminata dal CICR a luglio vincola gli investimenti nelle imprese con riferimento al patrimonio della banca e non a quello della società partecipata.

Ci risiamo! Tutto si ripropone, come l’onda sulla battigia!

Dalla sciagurata unità in poi, le imprese cercano disperatamente di risolvere i loro problemi di denari andando a trovare gli zecchini d’oro, che non possiedono e non sanno guadagnare, accollando alle banche le proprie industrie cotte e decotte.

Diciamoci la verità: le industrie italiche, salvando la faccia di pochissimi (Armani & C.), sono senza denari e non possono nemmeno cercarli sul mercato per i frequenti scandali alla parmigiana; inoltre, non generano abbastanza valore aggiunto, per pagare tasse, stipendi, capitale e debiti, e quello che producono è di così infimo valore tecnologico che può essere ormai riprodotto anche nel Burkina Faso. Altro che Cina!

Insomma, consentire alla banche di rischiare i soldi dei risparmiatori in imprese boccheggianti, è solo la costruzione di una nuova IRI, diffusa e non statale e, se non è zuppa è pan bagnato, alla fine è sempre la gente comune che ci rimette.

Invece si dovrebbe lasciar operare il processo darwiniano in atto, con la crisi economica che elimina le imprese non adatte; nel contempo, favorire il mondo del Venture Capital che è l’unico che può far nascere nuovo valore aggiunto, da nuove imprese, con nuove idee e, sopratutto, con gente nuova.

Milano: segnali di degrado

Un evidente segnale di degrado dell’economia italiana è l’impossibilità di poter utilizzare le carte di credito in un numero di esercizi commerciali che cresce di giorno in giorno.

Siccome non faccio analisi mirate, però capita spesso che rifiutino alcune carte, è del tutto evidente che i negozianti non possono pagare le commissioni.
Ieri mi è accaduto in via Bigli, nel quadrilatero milanese della moda, una zona dove i ricchi locali, gente che abita in case da 12.000 euro al mq, e turisti da tutto il pianeta, non possono utilizzare una delle carte di pagamento più diffuse la mondo.
E si tratta di un negozio con un brand noto, spesso citato su femminili e riviste di arredamento.

Piccole crepe che significano che l’economia italiana ha imboccato una ripida discesa.

L’ arretratezza culturale italica

Il bellissimo libro di Enrico Beltramini “Hippie.com” spiega quanto la controcultura californiana abbia contribuito a far nascere un fenomeno come Silicon Valley.

Una fortuna derivante dall’ambiente liberale e libertario, proprio della cultura hippy, che attirò numerosi scienziati europei, oppressi dal bigottismo imperante in paesi come l’Inghilterra del dopoguerra.

In questo momento di gravissima crisi economica, dalla quale non si sa se l’Italia ne uscirà e come ne uscirà, alcune parlamentari trovano tempo per una severa interpellanza contro lo spot della TIM che sottendeva una certa libertà sessuale. Mi sembra un ottimo sintomo che l’Italia è, più o meno, ancora al dopoguerra, se non prima, in termini di antropologia delle classi dominanti.