Perché VP non può vincere, e perché utilizzerà le armi nucleari.
La foto allegata, che mostra due marines, a Iwo Jima (Giappone), è stata scattata ad ottobre 1945, 2 mesi dopo la resa del Giappone (15 agosto 1945) e 7 mesi dopo la battaglia di Ivo Jima, durata 5 settimane, e nella quale persero la vita quasi 7.000 soldati americani, in gran parte marines, e dove ci furono oltre 20mila feriti. (i 18mila giapponesi si fecero uccidere quasi tutti).
Eppure, nonostante il grande sforzo logistico per portare dagli Stati Uniti al Giappone, via nave, uomini, materiali, munizioni, feriti, la logistica americana aveva posto anche per le pizze dei film.
Una cosa del genere meravigliò i tedeschi, durante la battaglia delle Argonne, quando trovarono in un convoglio americano una torta spedita da una madre al figlio al fronte: gli americani avevano così tante risorse da poter spedire una torta.
La macchina produttiva americana, ed una logistica gestita con metodi scientifici (americani, inglesi e canadesi inventarono per la guerra la ricerca operativa), permisero di vincere la guerra anche aiutando gli inglesi e pure i russi.
Oggi, la Russia sta utilizzando in Ucraina tutto il materiale bellico accumulato in 70 anni di preparazione alla guerra, ma la sua industria e la sua logistica non riescono a stare dietro ai consumi bellici, né potranno farlo in futuro.
E con un guerra che potrà durare decenni, il fattore decisivo non è l’uomo sul terreno, ma la capacità di produzione e la logistica, che poi è la stessa cosa dal tempo dei romani, che erano all’avanguardia in entrambi i campi.
A questo punto, non potendo vincere sul campo, VP utilizzerà le armi nucleari.
Qualche bomba tattica? Morti limitati, ma caos globale, con caduta dei mercati, e fuga dalle città obiettivo, comprese quelle russe, dove nessuno vorrà restare ad aspettare la bomba.
Attacco agli USA e/o altri capitali Europee? 150 milioni di morti nella prima mezzora, di cui 70 milioni di russi, cioè tutta la popolazione della Russia europea, e poi il caos, e l’inverno nucleare su tutto il pianeta.
Si potrà evitare? Difficile. Ormai è un sistema franoso che nessuno può fermare. Neppure VP stesso, e neppure i suoi successori.
Perché? Perché sono tutti vittime di una narrazione, ormai incistata nelle culture che si combattono.
Molti parlano oggi, 2023, di AI. Spesso a vanvera, senza conoscenze di base, e solo perché ci hanno smanettato un po’, e come gli indiani che vendettero l’isola di Manhattan agli olandesi per $24 dollari di paccottiglia, si fanno affascinare da perline e specchietti (per le allodole).
Le AI, quindi, non servono? Le AI non mantengono le promesse di un mondo dove ci potremo finalmente liberare del lavoro (che è poi una punizione biblica: ” Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra”)?
Le AI possono eliminare il lavoro, con tutte le conseguenze positive in termini di allargare il benessere, come hanno fatto la scienza, la tecnica e l’organizzazione negli ultimi 300 anni.
Ma siamo già a quel punto? Non proprio. Perché se parliamo di sistemi esperti, che – a migliaia – sono installati nelle grandi organizzazioni da decenni, sicuramente funzionano e sono molto produttivi, anche se la maggior parte della gente non li vede all’opera, ma ne subisce gli effetti, come quando chiedete un mutuo, un prestito o una carta di credito.
Ma aiutano anche nella determinazione di guasti di apparati complessi, come un aereo o un locomotore, e sono anche a bordo degli aerei per pilotarli, e anche nella vostra automobile.
Quindi, un automa, che sia il robot che salda le lamiere di una BMW o che sia un software che analizza il vostro merito creditizio per darvi un prestito, sono utili e indispensabili, a meno che uno non sia un imprenditore marginale che s’illude di poter continuare un’attività pagando poco o niente degli schiavi umani. Cosa purtroppo non infrequente.
Allora cos’è tutta quest’enfasi, questa frenesia sulle nuove AI?
Effettivamente c’è una novità: le AI generative, cioè applicazioni, che sono state riempite di miliardi di dati – miliardi di dati che oggi sono disponibili, perché quasi tutto lo scibile umano è stato digitalizzato, ma non tutto – e che permettono all’applicazione di fare delle cose molto sofisticate, che meravigliano per la loro capacità di imitare quello che farebbe una persona, che, alla fine della fiera, fa un lavoro meccanico che può essere imitato da una macchina.
Il problema dell”entusiasmo eccessivo è che chi fa le domande o pone dei compiti ad una AI generativa, è una persona limitata, che fa domande banali.
Provate a fargli delle domande, neppure troppo complesse, e non sarà capace di rispondere, neppure come farebbe Google alla stessa domanda, cioè con una lista di cose, che spesso non c’entrano, o vengono fuori nei primi posti perché qualcuno ha pagato.
Ho fatto una domanda banale per qualsiasi essere umano, che dovrebbe rispondere o “non lo so”, o dare la risposta giusta, o se ha dei dubbi, chiedermi un chiarimento.
La domanda posta era. “in quanti metri atterra un greyhound?”
Ho fatto la domanda a Google, che tira fuori la solita lista – poco utile – dove si deve fare un ulteriore ricerca “manuale” per cercare la notizia.
Alla stessa domanda, ChatGPT ammette di non sapere.
Mentre Bing AI fornisce due risposte perché non sa se la mia domanda riguarda un greyhound animale, cioè un levriero o un Grumman C-2 Greyhound, cioè un areo imbarcato sulle portaerei americane e francesi, che era la risposta che mi serviva.
Quindi Bing AI è più brava, ma non molto efficiente! Perché se chiedo “in quanti metri atterra un greyhound?”, qualsiasi persona che sappia cosa sia un greyhound cane o un greyhound aereo, darebbe subito la risposta relativa alla lunghezza della pista necessaria per far atterrare un Grumman C-2.
Qualche Pierino potrebbe dire che magari se avessi chiesto “in quanti metri atterra un Greyhound?” avrei fatto una domanda semanticamente e grammaticalmente corretta. Ma se parlo di “atterrare” è normale che una entità capisca che i levrieri non atterrano mentre gli aerei di solito si, e quando parliamo, non mettiamo le maiuscole.
Non è una demolizione di questi strumenti, ma un avvertimento che quello che si ha di fronte è un idiot savant, e non un savant e basta. E quindi, è meglio prendere le risposte cum grano salis, cioè aggiungendo quello che è ancora umano e solo umano: il discernimento. E quindi non fidarsi completamente delle risposte delle AI generative, come spiega anche il MIT perché questo tipo di AI possono generare un nonsense coerente cioè qualcosa che sembra razionale, ma che non lo è quando la si esamina con discernimento e conoscenza dell’argomento, e che può essere stato indotto da una persona che non conosce l’argomento e quindi induce la macchina a dare belle risposte ma che sono senza senso.
Come l’IVA, la patente di guida digitale è un’idiozia
A una parte maggioritaria dei cittadini EU fa comodo essere in una comunità senza confini. Agevola i commerci, in qualche modo è stato un buon supporto per la Pax Americana, ha evitato altre guerre, anche se non è detto che non scoppieranno, un giorno o l’altro, fra i membri dell’Unione.
Anche nella UE, come in tutte le famiglie, c’è qualcuno che sarebbe meglio non avere come parente, ma neppure come conoscente, e sono quei burocrati e/o euro-parlamentari che s’inventano cose che non servono, non possono funzionare, e spesso fanno anche danni gravi. In parole povere, delle vere idiozie.
Una delle idiozie che infesta, da anni, la vita di cittadini EU è, ad esempio, l’IVA, imposta pare inventata da un ragioniere belga, magari uno di quelli che dopo l’ufficio vanno a fare visita a Jeanne Dielman, 23, quai du Commerce, 1080 Bruxelles.
E che avendo scoperto che la povera Jeanne Dielman non paga tasse, hanno inventato per lei l’IVA, in modo che quando fa la spesa, Jeanne Dielman la paga sul prezzo del pane, del latte, sui detersivi e sui preservativi.
Perché l’IVA è un’imposta idiota?
Colpisce tutti indiscriminatamente, quindi colpisce più i poveri che i ricchi
Fa crescere i prezzi in modo anomalo
Favorisce l’evasione e l’elusione
Costringe gli stati membri a mettere in campo un esercito di controllori
Costringe le aziende ad una burocrazia complessa e costosa
Negli Sati Uniti, ad esempio, l’IVA non esiste, e in qualche città o stato c’è un’imposta sulle vendite, e campano bene lo stesso.
Ma siccome quelli che fanno danno non riposano mai, come la loro prolifica mamma, adesso stanno pensando ad un’altra pensata idiota: la patente di guida digitale, cioè messa sul cellulare.
Quindi, invece di avere il nostro piccolo rettangolino di plastica rosa, avremmo un app (ovviamente pagata con i soldi della EU) che li raccoglie, indovinate un po’? Con l’IVA. E sì, una parte dell’IVA va a BXL per pagare stipendi a gente che spara idiozie, una dietro l’altra.
Per capire perché la patente sul cellulare “in via esclusiva” è un errore, bisogna interrogarsi su cosa è la patente, cioè il documento che certifica che uno può guidare.
Sembrerebbe un certificato, ma se andiamo a vedere l’essenza della patente, così come del brevetto di volo, è un sistema di sicurezza, perché dice che, avendo superato degli esami teorici e pratici di fronte ad un pubblico ufficiale esperto della materia, alla guida di un veicolo non siamo un pericolo per gli altri e per noi stessi.
Ora, essendo un sistema di sicurezza deve rispondere ai requisiti minimale, che sono appunto avere un oggetto, di qualsiasi fattura (carta, plastica, metallo come la Amex Platinum, che permetta a chiunque ed a vista di verificare se una persona è abilitata a guidare un certo tipo di veicoli
Questo con un pezzo di plastica o di carta è immediatamente verificabile, mentre se la si mette in esclusiva su di un cellulare, sorgono tutti i problemi che possono nascere da un apparato che deve prima di tutto essere alimentato, e se poi il sistema pensato a BXL prevede pure un controllo online, ci deve pure essere la rete.
Quindi, non c’è nessun vantaggio, e ci si complica la vita, e si offre anche l’occasione ad hacker e malintenzionati di falsificare un oggetto digitale che è quello più facilmente falsificabile.
Ecco, se proprio volevano fare qualcosa di digitale, potevano pensare che al conseguimento della patente, ma pure di un’altra certificazione o autorizzazione, queste potrebbero essere incorporate in un chip NFC, come quello che sta nella CIE e nel passaporto, che è anche uno standard internazionale nato da. TaDa! Un’esigenza di sicurezza: poter identificare chi prende un aereo o varca una frontiera.
Ed una tecnologia semplice, affidabile, che sposa sia l’esigenza di avere un token in mano al cittadino sia di poterlo leggere, se necessario con un dispositivo NFC.
Questa idea manichea che il cellulare debba diventare tutto non è una cosa sana, se deve diventare una fissazione ed una costrizione: il cellulare è un aiuto, una comodità, ma non può essere una panacea, perchè è un computer, quindi da alimentare e che può essere hackerato e manipolato.
Yellowstone è una prolifica serie di 5 stagioni e 47 episodi, – trasmessa da Sky Atlantic e Now TV, e oggi da Paramount Network – che racconta le vicende complesse dei Dutton, una famiglia di allevatori con un ranch nel Montana (un ranch grande come una nostra provincia), in perenne conflitto con costruttori e minatori, nonché dagli indiani della vicina riserva, e dai problemi di convivenza con il parco omonimo, quello che ospita una delle più grandi caldere del pianeta, capace, il giorno della sua eruzione, di condannare la Terra ad anni di freddo e fame, come potrebbe fare anche la caldera dei Campi Flegrei (Napoli), spesso invocata sui campi di calcio come sterminatore di napoletani da certi schiocchini che ignorano che sarebbero anch’essi ricoperti di strati e strati di materiale vulcanico ove mai i loro auspici si avverassero.
Una serie che si svolge ai nostri giorni, con il patriarca, John Dutton (Kevic Costener) che alterna cavallo ed elicottero, vista la vastità dei possedimenti che ha ereditato dai suoi antenati e fondatori del ranch.
Fondatori la cui storia viene narrata in due prequel, il primo è “1883″, che narra la migrazione interna di James Dutton, un ex ufficiale sudista, sconfitto, che abbandona il Tennessee con la sua famiglia per andare verso Ovest, verso le terre vergini dell’Oregon, del Montana, oltre le grandi pianure, che come dice Elsa, sua figlia, non sono un posto dove si può vivere, e dove vivevano solo i Comanche, nutrendosi dei bisonti che vagavano nel mare d’erba e sterpi delle Great Plains
L’altra serie è “1923”, con Helen Mirren ed Harrison Ford, e parla di lotte di contro coloro che vogliono impadronirsi di quello che era stato costruito negli anni precedenti dai Dutton, soprattutto da chi vuole violare la terra per scavarci l’oro e altri minerali.
Quella più interessante da un punto di vista antropologico è “1884” perché – come è stato detto da più parti – mostra la lotta tremenda, a volte tragica dei migranti verso l’Ovest, il famoso Far West dei film western, che c’è anche quì, con la sua violenza, la prepotenza di chi vuole togliere agli altri quel poco che ha, e quindi anche la speranza, che deve essere difesa con altrettanta ferocia in un luogo dove la legge non esisteva ancora o era in formazione.
Ma c’è anche la violenza di un continente molto diverso da quello da cui vengono i migranti tedeschi e slavi scappati da un’Europa dove vige ancora il servaggio, che impedisce anche di poter fare un bagno in un fiume, a chi deve solo obbedire e spaccarsi la schiena per un signorotto locale.
Tutto è raccontato con estrema crudezza: la violenza degli uomini, la violenza della natura, le difficoltà e la morte in agguato in un ambiente sconosciuto dove erbe malefiche e serpenti a sonagli sono in agguato, le lotte intestine al gruppo di migranti, che deve condividere lo stesso percorso, perché andare da soli e andare verso il nulla.
Ecco, oltre la storia narrata, che ha momenti anche di vero lirismo, come quando Elsa, la figlia 18enne di James Dutton, di fronte all’ennesimo conto presentato dalla natura selvaggia delle Great Plains, dice “per quanto uno possa amare la terra (the land), la terra non ti ricambierà mai” come sa ognuno che di terra vive, e come dovremmo capire noi che non solo non amiamo la Terra, ma la violentiamo bene sapendo che Lei, Gaia, non solo non ci ricambia nè con odio né con amore, ma se decide di farlo, può annichilirci con tornado, terremoti, eruzioni, onde che spazzano fuscelli di migranti, come in “1833” spazza via cose e vite di chi ha attraversato l’Europa, si è imbarcato per l’America e cerca disperatamente di avere un suo pezzo di terra da coltivare, arare, usare come pascolo, padrone sulla sua terra, pronto a difenderla con le armi.
Quando pensiamo agli americani, un popolo che esiste da poche centinaia di anni, dovremmo traguadare le loro azioni attraverso questa battaglia per colonizzare una terra ostile, feconda ma matrigna, dove la violenza di altri che non vogliono costruire, ma appropriarsi degli altri, viene ripagata con altrettanta violenza.
E lo dovrebbero fare anche quelli come i cinesi, i russi, gli iraniani che pensano che potrebbero osare anche di lanciare un paio di atomiche su qualche popolosa città americana, sicuri che poi gli americani, terrorizzati non osino lanciare una rappresaglia con armi conosciute e forse con quelle che nessuno conosce.
Non per niente, nell’iconografia rivoluzionaria americana c’è la Godsden Flag, che mostra un crotalo pronto a colpire, ed il motto “”DONT TREAD ON ME”, cioè “non calpestarmi”, (perché il serpente ti attaccherà in risposta).
Milioni di persone sono andate via dall’Europa perché erano calpestate, hanno cercato con sofferenza un posto dove essere “lasciate in pace”, come ha scritto William Faulkner in “Privacy” dove spiega che il “sogno americano” era di essere lasciati da soli, sia come singoli, sia come nazione, “difesi da due oceani, da una ghiaccia a nord e da un deserto a sud” (Otto von Bismark).
Ma, a cominciare dagli inglesi, per passare poi per i pirati barbareschi del nord Africa, per poi coinvolgerli in due guerre mondiali, continuando con il massacro del 9/11, pare che gli altri non vogliono capire che è meglio non andare a mettere le mani sotto alle pietre, perché ci puoi trovare un crotalo o un’arma che neppure immagini che potesse esistere.
A qualcuno non piace? Basta non immischiarsi nella loro vita, né coinvolgerli nelle vostre.
Resta però il fatto che è la nazione più avanti in ogni settore della scienza e della tecnica, che stabilisce i fenomeni mainstream, ed è ancora oggi il posto dove si può realizzare un progetto, perché c’è altra gente che ammira chi riesce e da una mano a chi da una mano,