La fine del lavoro

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Anche Krugman l’ha capito, in questo articolo del New York Times , dove cita un libro, Race Against The Machine,  che in America fa discutere, e da noi, ovviamente, non si conosce neppure. Insomma, e per farla breve, anche il Premio Nobel per l’economia Paul Krugman dice che siamo al punto in cui la tecnologia elimina i posti di lavoro (che passano alle macchine) senza crearne di nuovi , neanche in altri settori.

Il tutto con un’accelerazione dovuta al fatto che l’efficienza dei processi organizzativi e produttivi, generata dall’uso delle macchine, produce più reddito che conviene impiegare in altre macchine piuttosto che in posti di lavoro.

In un certo senso le macchine ormai si riproducono e trovano nuovi spazi dove allargarsi, e non è detto che questi luoghi debbano essere per forza nel cosiddetto mondo sviluppato.

In Africa, ad esempio, la rivoluzione delle comunicazioni via cellullare e smartphone, ha creato un ecosistema di banca virtuale che non ha bisogno di sportelli bancari (e relativi impiegati) in ogni villaggio, ma tutto si svolge da utente a utente tramite il loro cellulare; insomma, in uno solo passo, gli africani sono più avanti del Nord del mondo, e questo anche grazie al fatto che non ci sono autorità centrali che bloccano il mobile payment, perché danneggerebbe il mercato delle banche e i posti di lavoro dei bancari.

Un governo di orbi

Come avevo scritto, i tecnici non possono governare. Governare è una questione complessa, fatta di leadership naturale, carisma e fiducia nel futuro. E la storia è piena di questi esempi di tecnici che credono che governare sia un fatto di numeri quando i numeri sono solo il mero substrato su cui prendere decisioni. 
Il più famoso dei tecnici messi nel posto sbagliato è stato sicuramente Robert McNamara che, improvvidamente nominato dai Kennedy capo del Pentagono, riuscì nell’incredibile impresa di far perdere agli Stati Uniti l’unica guerra della loro storia e dare l’illusione ad altri che si possa vincere contro una superpotenza che il 7 ottobre 2001, cioè un mese dopo l’attacco al World Trade Center, iniziò una guerra senza quartiere contro talebani e Al-Quaeda, eliminando i suoi capi e costringendo i superstiti talebani e quaeddisti ad una sterile guerriglia che ha ancora vive solo perché certe cricche pakistane le danno appoggio.
Anche noi, come quei puttanieri dei Kennedy, abbiamo voluto sperimentare i tecnici. E già con Berlusconi, il palazzinaro riuscito anche lui nell’incredibile impresa – per un governo liberista – di far crescere la spesa pubblica a livelli stratosferici avendo affidato le finanze pubbliche a uno come Tremonti, cioè un commercialista travestito da economista, con idee bislacche sullo stato dell’economia mondiale, da cui migliaia di giornalisti, in ginocchio, si abbeveravano come quelli che credevano che i Whiz Kids della banda di McNamara potessero vincere una guerra con le statistiche invece che con un bel bombardamento chirurgico del Nord Vietnam per ridurlo all’anno zero come, a suo tempo, era stata ridotta la Germania nazista, oggi ormai costretta alle guerricciole dei tassi d’interesse per soddisfare quel po’ d’albagia teutonica rimasta nonostante la mazziata ricevuta da Napoleone a Jena, la sconfitta per mano franco-americana sulla Marna nel ’18, nonché 50 anni di occupazione franco-anglo-russa-americana a ricordare ogni giorno ai tedeschi a non alzare troppo la testa. Anzi, giusto per la cronaca, mentre i russi se ne sono tornati nella steppa, in Germania ci sono ancora decine di migliaia di soldati americani con il dito sul grilletto.
Tornando ai tecnici alla guida del nostro paese, dopo la disastrosa esperienza tremontiana il nostro presidente della repubblica ha pensato bene di peggiorare le cose, affidando, non solo l’economia, ma l’intero governo ai tecnici, i cui risultati, in termini di gestione della cosa pubblica, finiranno per superare le fesserie di McNamara al Pentagono, con milioni di disoccupati difficilmente rioccupabili, migliaia di giovani laureati costretti a lasciare il paese, un debito pubblico che nonostante le cure tecniche e gli interventi di Draghi, continua a galoppare come un puledro ad Ascot, un’economia in parte moribonda e con la prospettiva che ci resterà un po’ di manifattura e un po’ di turismo. Insomma, una Grecia più grande.
Purtroppo Monti è un mezzo orbo che guida un governo di ciechi, in un paese dove anche le forze politiche sono del tutto disinformate su cosa accade nel mondo, e basti vedere le stantie ricette di Ichino, Fornero, Fassina e Giannino, che non hanno neppure il buon gusto di tacere, come fanno almeno Grillo, Ingoria, Vendola e Di Pietro, che non è che nascondono la loro ricetta economica: semplicemente non sanno che fare.
Buon Anno

Monti e il sudoku

A quanto pare le varie ghenghe politiche vanno alle elezioni con due profonde convinzioni: che non ne uscirà una maggioranza e che alla fine dovranno riaffidarsi a Monti, che è ormai per gli stranieri una garanzia in quanto è un tecnico.
Ma è proprio quell’essere “tecnico” che porterá un governo Monti “politico” a fallire qualsiasi obiettivo, sopratutto la ripresa economica e la riduzione della disoccupazione.
I tecnici infatti, i bocconiani e quelli che albergano a Via Nazionale, credono che un’economia sia una specie di sudoku che, per quanto complesso, ammetta un certo numero di soluzioni finite fra cui si possono selezionare quella più adatta.
Il problema è che questo non è per niente vero, e che qualsiasi manovra classica (monetaria e/o fiscale) non solo altera i paramentri del gioco, trasformandolo in un altro, ma, essendo le soluzioni applicate fra quelle prevedibili, accade che chi fa parte de sistema si adegua subito a manovre ben note e senza fantasia, vanificando del tutto le operazioni del governo.
Monti, classico giocatore di sudoku, circondato da furbi giocatori di rubamazzetto, fallirà se applicherá logiche analitiche e razionali ma, data la natura dell’uomo, è molto difficile aspettarsi da lui che cambi registro e improvvisi qualche cosa di non usuale.

La ragione? Perché lui non può sfuggire alla regola che ogni azione pubblica, che non sia usuale, o è sbagliata, oppure, se giusta, costituisce un precedente pericoloso.