La cinematica della vita

Nel 1827, il botanico Robert Brown osservò al microscopio dei minuscoli granelli di polline sospesi nell’acqua.

Si muovevano in modo frenetico, erratico e senza sosta.

Non era vita: come dimostrò Albert Einstein nel 1905, quello che oggi chiamiamo moto browniano è l’effetto visibile dell’impatto incessante e invisibile delle molecole del fluido che urtano la particella da ogni direzione.

La particella non ha una rotta propria; la sua traiettoria è semplicemente la somma algebrica di una serie infinita di urti casuali.

La società e la vita umana obbediscono a questa stessa identica cinematica.

L’illusione primaria dell’essere umano è quella di credere di pilotare la propria esistenza con mano ferma, di pianificare le svolte, di scegliere i propri incontri e di governare il proprio destino.

La realtà è che siamo particelle immerse nel gas della società.

Ci muoviamo in un caos cinetico dove gli incroci, le collisioni e le unioni con le altre persone avvengono per puro caso statistico: trovarsi nello stesso punto, alla stessa ora, con lo stesso impulso d’inerzia.

Eppure, in mezzo a questo disordine, esiste un’unica e singolare forma di predeterminazione.

Se l’ambiente esterno è dominato dall’imprevedibilità degli urti, la reazione dell’individuo è prescritta da un codice interno rigido e inflessibile. Sottoposto alla collisione, ciascuno risponde sempre secondo la propria frequenza caratteristica, il proprio automatismo o la propria ferita non rielaborata.

La vera predeterminazione non sta nelle stelle o nel destino, ma nella nostra irresistibile spinta a ripetere: la meccanica interna che ci costringe, di fronte a urti ogni volta diversi, a compiere sistematicamente gli stessi errori o gli stessi successi.

Crediamo di esplorare rotte nuove, ma stiamo soltanto trasportando il nostro programma interno da una collisione casuale all’altra.