L’albero degli zecchini 18 anni dopo

Postfazione a «L’albero degli zecchini».

Un’analisi irriverente del sistema bancario italiano» (prima edizione luglio 2008).

Pinocchio è diventato maggiorenne

Diciotto anni dopo, Pinocchio ha ancora i suoi zecchini, anzi ne ha di più, ma continua a non sapere dove seminarli. Questo libro uscì nel luglio 2008. Due mesi dopo fallì Lehman Brothers e il mondo scoprì che il Campo dei Miracoli non era solo un’invenzione italiana.

Rileggendo queste pagine mi sono chiesto quanto avessi visto giusto e quanto mi fossi lasciato prendere la mano. La risposta onesta è: molto giusta sulle diagnosi, troppo pessimista su alcuni dinosauri, troppo ottimista sui risparmiatori.

Non riscrivo il libro. Metto accanto alle previsioni di allora i numeri di oggi, e lascio che sia il lettore a decidere chi ha mentito e a chi è cresciuto il naso.

Il T-Rex si è estinto, il cliente pure

La previsione sui dinosauri è quella che si è avverata di più. Nel 2008 l’Italia aveva 34.139 sportelli bancari, il massimo della sua storia (Milano Finanza). A fine 2025 ne restavano 19.140 (First Cisl).

Le banche aderenti all’ABI sono passate da 760 nel 2010 a 420 nel 2025, e i bancari da 321 mila a meno di 258 mila (FABI). Brontosauri e tirannosauri si sono mangiati a vicenda, come previsto, e le paghe le fa davvero un outsourcer.

C’è però una cosa che nel 2008 non avevo previsto. Pensavo che, sparito il dinosauro, sarebbe arrivato un mammifero agile, capace di ascoltare il cliente e fargli le fusa. Invece è sparito anche lo sportello: 3.457 comuni italiani, il 44% del totale, non ne hanno più nemmeno uno.

Il pensionato di Torre Santa Susanna non è diventato un cliente digitale. È rimasto solo, con un’app che non sa usare e un numero verde che lo mette in attesa. La banca del futuro è arrivata, ma per lui è rimasta nel futuro.

La Fatina ha cambiato indirizzo

Nel 2008 scrivevo che le autorità di controllo mettono la pezza sempre dopo che è scoppiato lo scandalo. Gli anni successivi mi hanno dato ragione nel modo più doloroso.

Nel novembre 2015 Banca Etruria, Banca Marche, CariFerrara e CariChieti sono state messe in risoluzione. Azionisti e obbligazionisti subordinati hanno perso tutto, e molti di loro quei titoli li avevano comprati allo sportello sotto casa. Nel 2017 è toccato a Popolare di Vicenza e Veneto Banca, liquidate e cedute a Intesa Sanpaolo per un euro simbolico. Nello stesso anno lo Stato è entrato nel capitale del Monte dei Paschi.

Questa volta non c’erano vacche argentine né bond lattiero-caseari. C’erano le banche del territorio, quelle “di casa”, che vendevano le proprie azioni ai propri clienti a prezzi che nessun mercato avrebbe mai pagato. Il Gatto e la Volpe avevano aperto filiale in piazza.

Una cosa però è cambiata. Dal novembre 2014 le banche grandi non le vigila più Palazzo Koch ma la BCE, a Francoforte. La Fatina ha cambiato indirizzo e parla inglese, ma rimane un’autorità che interviene a valle. Con il bail-in, poi, ha messo nero su bianco che la prossima volta a pagare non sarà Pantalone: sarà Pinocchio.

Gli zecchini sono ancora sotto terra

Pinocchio oggi è più ricco che mai. A marzo 2026 le famiglie italiane avevano 6.409 miliardi di ricchezza finanziaria, di cui 1.169 fermi sui conti correnti (Teleborsa su dati Unimpresa). Devo però riconoscere che il burattino qualcosa ha imparato: azioni e fondi ormai valgono quasi il 46% del suo patrimonio finanziario.

Il guaio è dove finiscono quei soldi. Vanno in fondi e polizze che comprano indici mondiali, mentre l’impresa italiana che nasce non ne vede quasi niente. Nel 2008 dicevo che in Italia il venture capital non esiste. Oggi esiste, ma è rimasto in un altro campionato.

PaeseVenture capital 2025 (mld €)In % del PIL
Regno Unito18,4—
Germania6,60,15%
Francia6,30,22%
Spagna2,60,16%
Italiacirca 1,50,07%

Fonte: EY Venture Capital Barometer 2026

Anche il grillo parlante fatica a farsi ascoltare. Nella classifica OCSE di alfabetizzazione finanziaria l’Italia sta ancora agli ultimi posti (Orizzonte Scuola). L’educazione finanziaria è entrata nelle scuole solo da poco, dentro l’educazione civica. Diciotto anni per accorgersi che all’Abbecedario mancava un capitolo.

Il Gatto e la Volpe hanno cambiato vestito

Nel 2008 il Gatto e la Volpe portavano il gessato grigio e la pochette nel taschino. Oggi hanno la felpa, uno smartphone e qualche centinaio di migliaia di follower. Non promettono più la barca a Eleuthera ma la “libertà finanziaria” entro i trent’anni, con un corso a pagamento e un link per iscriversi.

Il Campo dei Miracoli si è trasferito sul telefono. Si chiama app di trading a commissioni zero, si chiama moneta digitale che fa dieci volte in un mese, si chiama segnale “sicuro” sul canale Telegram. Lo dicono anche gli insegnanti: i ragazzi sono esposti tutti i giorni alle promesse di guadagni facili di social e influencer (Milano Finanza).

La differenza rispetto al 2008 è che il furbone non ha bisogno di uno sportello né di una licenza. Spesso non ha nemmeno una sede in Italia. La Fatina, anche quando vuole intervenire, non sa a che porta bussare.

Il burattino salvato si mangia il salotto buono

Se cercassi un finale per Collodi, non ne troverei uno migliore della storia del Monte dei Paschi. Nel 2017 lo Stato lo salva con i soldi dei contribuenti. Otto anni dopo, nel settembre 2025, il Monte lancia un’offerta su Mediobanca, il salotto buono della finanza italiana, e raccoglie l’86,3% del capitale (Mediobanca, relazione all’assemblea). Con Mediobanca arriva anche la prima partecipazione in Generali.

Il burattino impiccato all’albero rinsecchito si è ripreso gli zecchini e ha comprato il campo. Resta da capire se è diventato un bambino vero o se sono solo cambiati i burattinai.

Le fondazioni bancarie, che nel 2008 chiamavo bande locali, hanno perso peso: dal 2015 un protocollo con il Tesoro limita quanto possono investire nella banca di riferimento. La politica però non ha smesso di occuparsi di banche, e anzi lo fa alla luce del sole, con il golden power al posto della telefonata.

I conti intanto non sono mai stati così belli. Nel 2025 le prime sette banche italiane hanno fatto 28 miliardi di utili, un record (Milano Finanza). I crediti deteriorati sono scesi al 2,1% dei prestiti (KPMG), dopo aver sfiorato il 17% nel 2015.

Ma quei miliardi vengono dai tassi della BCE e dalle commissioni, non da idee rischiose finanziate e andate a buon fine. È esattamente quello che scrivevo nel 2008: chi gestisce denaro guadagna già abbastanza dal costo delle operazioni, e non ha nessun motivo di rischiare.

Congedo: il conto del falegname

Geppetto, che è un falegname, i conti li fa alla fine del lavoro. Ecco i miei.

Cosa scrivevo nel 2008Com’è andata
I dinosauri bancari si estinguerannoSportelli quasi dimezzati, banche ridotte di quasi la metà
Le autorità arrivano dopo lo scandaloVero, e nel 2015-2017 è andata peggio del previsto
In Italia il venture capital non esisteOggi esiste, ma vale lo 0,07% del PIL
Le banche guadagnano senza rischiareVero: utili record da tassi e commissioni
Il risparmiatore non sa e non vuole capireIn parte superato: metà del patrimonio è in azioni e fondi
Le fondazioni sono bande localiRidimensionate, ma la politica sulle banche è rimasta
Il cliente digitale butterà giù il T-RexIl T-Rex è caduto, ma molti sono rimasti senza banca

Nel 2008 chiudevo dicendo che la fabbrica degli uomini della Provvidenza aveva finito la produzione. Mi sbagliavo: la fabbrica lavora ancora, ha soltanto spostato gli uffici a Francoforte e a Bruxelles.

Pinocchio per diventare un bambino vero deve smettere di aspettare la Fatina. Deve tornare a scuola, anche da grande, e imparare che nessun albero dà zecchini senza rischio. E deve smettere di dare i suoi zecchini al primo che gli promette un campo miracoloso, che quel campo stia in Argentina, in una popolare veneta o in un’app.

Il naso, intanto, continua a crescere. Solo che adesso lo misurano in follower.

Fonti