L’illusione della crescita e la trappola delle aspettative

Perché la demografia è il nodo irrisolto della modernità

L’illusione della crescita e la trappola delle aspettative: perché la demografia è il nodo irrisolto della modernità

I disordini giovanili, il malessere latente che attraversa le periferie urbane e la frustrazione strisciante delle classi medie colte vengono spesso liquidati come fenomeni passeggeri, crisi di passaggio o deficit di politiche sociali.

È un’interpretazione rassicurante, ma parziale.

Se si osserva la struttura profonda della nostra economia, emerge una diagnosi ben più complessa: stiamo affrontando una crisi strutturale di mancanza di ruoli, in cui l’offerta di individui aspiranti a una posizione sociale e lavorativa supera di ordini di grandezza la capacità del sistema di assorbirli.

Per comprendere questa dinamica occorre analizzare come l’evoluzione demografica, l’automazione e il collasso delle valvole di sfogo storiche abbiano trasformato la ricerca di un’occupazione in un imbuto spietato.

1. La “sindrome del casting” e la saturazione dei ruoli

Un tempo la disoccupazione era legata principalmente ai cicli economici.
Oggi assistiamo a un fenomeno diverso: la trasformazione dell’accesso al lavoro in un perenne casting.

Nel mondo dello spettacolo o della moda, centinaia di aspiranti competono per una manciata di ruoli.
Questa dinamica si è estesa all’intera economia della conoscenza:
– L’iper-competizione per la sussistenza
Un tirocinio o uno stage presso la filiale di una multinazionale, un posto nell’amministrazione pubblica o una posizione nel settore terziario avanzato vedono oggi centinaia di candidati iper-qualificati per una singola posizione.

– La svalutazione dei titoli
Il collo di bottiglia non è formato da un deficit di istruzione, ma da un’esuberanza di profili rispetto alle reali esigenze della produzione.

Il caso della Cina rappresenta la manifestazione più imponente di questo corto circuito: ogni anno circa 11 milioni di laureati entrano nel mercato del lavoro affrontando tassi di disoccupazione giovanile senza precedenti.

La combinazione di alte aspettative individuali e carenza di ruoli addebitabili all’evoluzione tecnologica crea una massa di esponenti sovra-istruiti ma privi di collocazione, compressi tra la pressione sociale e l’inutilità economica.

2. L’obsolescenza dei modelli di Marx e Keynes di fronte ai 9 miliardi di gente senza futuro

I grandi pensatori della modernità avevano intravisto il problema dell’automazione e della riduzione del lavoro necessario, ma lo avevano concettualizzato all’interno di parametri demografici del tutto differenti.

– Karl Marx teorizzò l’aumento della “composizione organica del capitale”: le macchine avrebbero sostituito il lavoro vivo, creando un “esercito industriale di riserva”.
La sua soluzione prefigurava il superamento del rapporto di capitale e la riappropriazione sociale del tempo liberato.

– John Maynard Keynes, nel celebre saggio del 1930 Prospettive economiche per i nostri nipoti, ipotizzò che nel giro di un secolo i guadagni di produttività avrebbero ridotto la settimana lavorativa a 15 ore. Il lavoro sarebbe diventato una pura scelta distributiva e l’umanità si sarebbe dedicata al tempo libero e alla cultura.

Entrambi i modelli poggiavano tuttavia sull’implicito presupposto di una popolazione contenuta o comunque in equilibrio con le risorse globali.

Applicare le ricette keynesiane o le prospettive comunitarie a un pianeta abitato da oltre 8 miliardi di persone (e diretto verso i 9) scopre il limite strutturale di tali teorie:

– La redistribuzione del lavoro residuo diviene impraticabile quando la frazione di lavoro umano realmente necessaria per produrre la ricchezza globale si riduce a percentuali marginali.

– In una società plasmata dall’etica del lavoro — ove il ruolo sociale definisce l’identità dell’individuo — la semplice redistribuzione di un sussidio (come nelle forme di Reddito di Base) risolve il problema della sussistenza materiale, ma lascia irrisolto quello del riconoscimento e della dignità personale.

3. L’esaurimento delle valvole di sfogo storich

Per comprendere la gravità della situazione attuale, occorre guardare a come la società occidentale ha risolto in passato le proprie crisi di sovrappopolazione e pressione sociale attraverso due valvole principali:

L’emigrazione di massa (Spazio ormai saturo):
– Contesto storico: Tra la metà del XIX secolo e i primi decenni del XX, l’Europa proiettò all’esterno decine di milioni di persone in eccesso verso gli Stati Uniti, l’America Latina e l’Australia, decomprimendo la pressione sociale dell’industrializzazione.

– Realtà attuale:
Oggi quella valvola è saldata. Gli Stati Uniti applicano rigide regolamentazioni sugli flussi, l’America Latina ha conosciuto una complessa stasi economica che la rende incapace di assorbire forza lavoro, e l’Australia mantiene contingenti estremamente ridotti e selettivi.

Non esiste più un “Altrove” in grado di accogliere popolazioni in eccesso.

– Le guerre e la parentesi del Baby Boom:

– Contesto storico
Nel corso del Novecento, le due guerre mondiali hanno operato una drammatica riduzione demografica e la distruzione di capitale fisico. La successiva ricostruzione e l’espansione del Baby Boom hanno generato la sensazione temporanea che l’economia potesse crescere all’infinito

-:Realtà attuale
Quella parentesi eccezionale è stata scambiata per una norma permanente, ma oggi è del tutto inattuabile e priva delle condizioni economiche e strutturali che l’avevano resa possibile.

4. L’economia “drogata” dal debito e la finzione del lavoro statale

Una prova inoppugnabile che il mercato privato non è più in grado di assorbire la popolazione attiva risiede nel bilancio stesso delle grandi economie occidentali e asiatiche:

– La spesa pubblica al 50% del PIL
In gran parte delle nazioni avanzate (dall’Unione Europea fino alla Cina), circa la metà dell’intera economia è direttamente guidata o sostenuta dallo Stato attraverso la spesa pubblica, i sussidi aziendali e la spesa sociale.

– Indebitamento e “lavoro di cittadinanza”
Per evitare il collasso sociale e la disoccupazione di massa, gli Stati si indebitano sistematicamente per creare o finanziare posti di lavoro che il mercato non richiederebbe. Il debito pubblico stellare è la misura del costo che le democrazie pagano per somministrare “lavoro artificiale” o assistenza a una popolazione in eccesso rispetto alle esigenze del sistema produttivo.

– La trappola del welfare bismarckiano
Si incentiva la natalità per sostenere i sistemi pensionistici ottocenteschi (progettati su una piramide demografica continua), ma contemporaneamente l’economia reale richiede sempre meno braccia e menti.
Aumentare i numeri demografici per far quadrare i conti della previdenza significa aggravare la pressione all’ingresso dell’imbuto.

Conclusione
Il malessere che si manifesta nei disordini giovanili e nella precarietà diffusa non è l’effetto di una crisi congiunturale, ma il sintomo di una saturazione di fondo.

Senza più terre di emigrazione, con governi costretti a fare debiti giganteschi per inventare ruoli artificiali e di fronte a un’automazione che riduce costantemente la domanda di lavoro umano, il nodo centrale del XXI secolo diviene la gestione governata della demografia.

Continuare a inseguire il mito della crescita demografica per soddisfare vincoli di bilancio dell’era industriale significa alimentare la “sindrome del casting” e la frustrazione di milioni di individui.

La sfida del futuro non sarà espandere la base della piramide, ma ridefinire i sistemi di welfare e la distribuzione della ricchezza all’interno di una società quantitativamente più contenuta, capace di restituire a ogni individuo un ruolo effettivo e riconosciuto