Stiglitz spiega il momento economico

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Al di là di tutte le chiacchiere risolutive della crisi economica, da parte dei politici vecchi e spompati o annunciate da parte di quelli nuovi e improvvisati, l’economia mondiale e quella di ogni paese è soggetta a un semplice stress:  i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri mentre le classi medie s’impoveriscono impedendo ai loro figli di migliorare la loro esistenza come avevano potuto fare i loro nonni e i loro genitori.

In questo video Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’Economia, colui che ha scoperto che l’aumento della redditività è funzione degli investimenti in  fattore capitale, cioè in macchine, in automazione e quindi in una maggiore preparazione tecnico scientifica del mondo del lavoro, spiega le ragioni della crisi e come dovrebbe essere affrontata dagli stati e dalle aziende per ridurre le disuguaglianze sociali che le sciagurate ricette neo-liberiste (senza correttivi) hanno accresciuto fino ad impoverire molta parte delle popolazione mondiale.

La fine del grillo

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Come tutti sanno, il grillo parlante rompe così le scatole a quella testa di legno di Pinocchio, che il burattino lo tacita definitivamente massacrandolo a martellate.

Ovviamente, in quel teatro di burattini che è la politica italica, non ci sarà qualcuno che vorrà tacitare bruscamente l’attuale grillo fastidioso, anche perché, se volevano, avrebbero già trovato negli armadi dei servizi un bel dossier per stenderlo definitivamente senza ricorrere alla violenza politica, squallida prassi dei paesi del terzo mondo.

Il vero rischio per il grillo, fattosi pifferaio di Hamelin, è che il suo verbo crei false speranze in quelle persone “marginali”, cioè negli espulsi dal mondo produttivo, quelli che ne vivono ormai ai margini o che ne saranno espulsi a breve, e che oggi vedono molto compromessa ogni speranza di una soluzione immediata alla loro situazione precaria.

I dati che dimostrano che le persone con condizione economica precaria e scolarità medio-bassa sono fra i suoi elettori, sono anche un campanello di allarme, perché a meno di non avere una capacità magica, non si vede come in pochi mesi, un anno, si possano reimpiegare milioni di disoccupati, stabilizzare eserciti di sotto-occupati e creare lavoro per gli inoccupati.

Perché è chiaro che le gente poi vuole passare alla cassa. Sembra evidente che dopo aver fatto un repulisti di marioli e mariolerie, la gente vorrà vedere qualcosa da mettersi in tasca e sotto ai denti. Ma ci sono i presupposti? I dati brutali dicono proprio di no. Non c’è nessuna possibilità di risolvere a breve una situazione economica molto deteriorata che richiede ancora una decisa eliminazione di aziende che vanno male, la cessione e la fusione di quelle che vanno benino, (ma non hanno capitale per modernizzarsi), lasciando solo a quelle che vanno benissimo la possibilità di investire e creare qualche sparuto posto di lavoro, visto che oggi, ogni nuovo investimento sarà fatto per automatizzare, sia nel settore privato  ma anche in quello pubblico, con evidenti pochissime possibilità di creare nuovi posti di lavoro.

E a quel punto che avrà da raccontare un grillo parlante a una massa di teste di legno affamate e inferocite? Carmina non dant panem. E i comizi neppure.

Il porco sbagliato

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Churchill, a proposito di Stalin e delle sue intenzioni di invadere il resto dell’Europa, disse che (gli alleati) avevano scannato il porco sbagliato, nel senso che avrebbero prima dovuto combattere i sovietici (magari utilizzando i tedeschi) e poi combattere il nazismo.

Ma la storia non si fa con le ipotesi. Il nazismo è sparito sotto tonnellate di bombe, mentre il KGB si è trasformato, da finanziatore di partiti comunisti, in una banda di finanzieri appropriatasi di tutte le ricchezze della Russia.

Ma la sindrome del porco sbagliato è spesso presente in politica, dove l’ansia da elezioni fa perdere di vista il vero porco da scannare, per concentrarsi su porcelli senza grasso,  poco risolutivi dei problemi gravissimi del nostro disgraziato paese.

Questo è quello che accade da lustri nella gestione della cosa pubblica: ogni tanto esce un nuovo soggetto che crede che il problema siano gli altri politici, quelli che fino a quel momento hanno “governato” e dissanguato la nazione.

La verità però è brutalmente un’altra, verità che i nuovi politici non vogliono vedere, come non l’hanno voluta vedere tutti i barricadieri innovatori rivoluzionari passati pure loro per la sindrome del porco sbagliato.

Una verità che si basa su un fatto incontrovertibile e scolpito nella Storia: i governi, dal 1861 ad oggi, sono durati troppo poco per cambiare qualcosa.

Solo i governi mussoliniani sono durati tantissimo, e anche un governo Berlusconi, con la differenza che il governo del miliardario milanese non verrà ricordato per nessuna riforma, nonostante una grande maggioranza, mentre nel ventennio fascista c’è stata una prima parte innovativa, con la creazione di istituzioni nuove come la previdenza sociale, ma poi, anche il regime, nonostante un potere dittatoriale, non è più stato capace di innovare, consegnando alla DC un sistema amministrativo mai cambiato dal periodo post unitario e che,  a sua volta, era – ed è – diretto erede della burocrazia militarizzata savoiarda, innestata con pesanti apporti di quella papalina romana.

Questo è il vero cancro che, a spese delle forze produttive, sta uccidendo il paese: una pubblica amministrazione che ha due soli scopi, scopi che sono gli stessi di tutti gli organismi viventi, anche se,  come in questo caso, formati da milioni di individui, dalle loro famiglie e da coloro che forniscono loro tutto quello che loro serve.

Scopo principale è ovviamente quello di sopravvivere, evitando ogni pericolo che possa eliminare un pezzo della struttura, ma anzi dotandosi di sofisticati meccanismi di riparazione cellulare per cui, una volta tagliato un ramo (grazie al temerario politico attivista), il mostro genera subito altre escrescenze per riparare la mutilazione ma anche, e spesso, creare nuove strutture che prima non c’erano.

Altro scopo della P.A. è di far ereditare il posto ai figli, anche non nella stessa struttura, e quindi uno sforzo massimo è teso a far crescere la struttura in modo tale che i pargoli abbiano pure loro la bella sediolina dorata, inutile e pagata con i soldi di chi lavora.

Perché i  politici riformisti e rivoluzionari non riescano a fermare il cancro è intuitivo: il politico è come un drogato, passa la giornata a cercare consenso, cioè voti, e quindi non ha che pochissimo tempo da dedicare a capire l’apparato, cui sempre deve fare capo, sia quando elabora una legge sia quando bisogna attuarla con regolamenti particolareggiati che solo i burocrati sanno intrecciare in un ordito coloratissimo più di un maglione di Missoni.

Aggiungiamo poi che il politico con incarico ministeriale è sempre fra color che son sospesi, perché sa che il suo governo durerà poco e quindi deve organizzarsi per trovare una sedia alternativa al suo sederino, ormai d’oro, che non può più tornare sulla sedia del professore universitario o dell’impiegato del catasto che ha avuto la brillante idea di accodarsi a un movimento barricadiero che, come avvenuto dal 1861, una volta constatato che non si può combattere contro il mostro della PA, capisce che è più sano rimanere un politico come gli altri, senza grandi slanci ma con una bella rendita per se, per i suoi, le sue amichette o i suoi amichetti, secondo i gusti.

Adesso c’è uno sfasciacarrozze nuovo. Tutto compreso nell’immane opera di demolire gli avversari politici, il tutto mentre i burocrati grandi e piccoli stanno già prendendo le misure per parare qualsiasi tentativo di salasso, anzi, si staranno già organizzando per inventarsi un qualche nuovo ente per riforme, che non si faranno,  ma ottimo posto per piazzare qualche figlio loro, qualche figlio di buona donna e magari pure qualche figlio di barricadiero.

Un voto non a sorpresa

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Tutti a bocca spalancata per il voto appena espresso da milioni,  illusi che la loro crocetta gli faccia conservare il posto o procurargliene uno qualsiasi, magari fisso, a vita, non impegnativo, possibilmente pubblico, ma non a contatto con il pubblico, che pure è una rottura.

I più stupiti sono quelli del PD, più tristi per il 30% del PDL che per le loro percentuali.

Ma che c’è da meravigliarsi? Quando basta considerare che, in termini di marketing, il PDL è  un “prodotto sostitutivo” della DC, quella che dal 45 ha avuto il più basso consenso nel 92 con il 30%, cioè lo zoccolo duro del PDL oggi.

Ma pure il PD, perchè si meraviglia di non dilagare? Ma il PD,  erede del PCI, ne eredita pure l’elettorato affezionato che, comunque, non è mai andato oltre il 34% (1976), oscillando sempre intorno a un  27-30%.

Una situazione che non è modificabile visto che gli studi sull’elettorato dimostrano che la gente non cambia mai schieramento, cioè uno di cdx rimane nel cdx e uno di csx rimane nel csx, quindi i partiti devono rubare elettori ai partiti “cugini” perchè è impossibile rubarli agli avversari.

E poi c’è il fenomeno Grillo che, come dice Alimonte, è un fenomeno nuovo, perchè ruba in entrambi gli schieramenti, e lo può fare:

1) perchè non ha un programma ma solo promesse di fare macelli

2) perché la situazione economica di molti soggetti “marginali” non ha nessuna soluzione, e può solo peggiorare, per cui questi sono dei disperati, un nuovo lumpenproletariat post industriale, e fra poco post digitale, disposto a seguire un Grillo qualunque come a suo tempo andarono dietro a una Evita qualsiasi.

Non votare

love

Un sacco di gente, trascurando gli affetti, un momento con figli, amanti, genitori, amici, andrà a votare anche questa volta.

Perché lo fanno?

La maggior parte lo fa per convenzione sociale: andare a votare è come andare a messa la domenica, sopratutto in quelle famiglie allargate che sono paesi e paesotti dove il controllo sociale è più facile e oppressivo.
Altri ci vanno per scambio con un politicante: una supplenza val bene una croce, un posto in un call center si può scambiare con una decina di voti fra familiari della ragazza e quelli del futuro sposo.
Poi ci sono le teste calde, quelli che vorrebbero fare massacri del politicume ma che, vigliaccamente, sperano che lo faccia qualche populista che promette una vera rivoluzione, ovviamente “civile” e “incruenta”.

Ma nella nostra situazione, dove il problema non è la politica ma una pubblica amministrazione autoreferente e infingarda, a che serve votare?

Potrà il tecnico, l’imprenditore prestato alla politica, il masaniello di turno o il burocrate di partito cambiare la PA?

Non credo. Anche perché non c’è in nessun programma, a dimostrazione che la politica non ha capito niente dei nostri problemi e poco gliene importa.