Morti che camminano

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Le assicurazioni online sono comode.

Finché non capita l’incidente!

Perché allora scopri che i mezzi per comunicare con la tua assicurazione sono molto economici come la polizza che stai pagando.

Il primo punto di contatto, il web, è qualcosa di penoso, dove non puoi fare niente per risolvere un problema e dove è pure difficile trovare un numero di telefono.

Pare che lo spazio sul web lo paghino qualche milione a carattere vista la pochezza di quello che c’è scritto, visto che non c’è un modulo cui un cristiano o una macchina ti dia una risposta intelligente .

Niente. Niente di niente. E alla fine non ti resta che telefonare alla gente del call center che quasi sempre fornisce risposte robotiche:

come faccio a mandare il modulo CAI?

Lo deve mandare via fax.

E se non ho un fax posso mandare un’e-mail?

Mandare un e-mail non è possibile.

Salvo scoprire, nascosto in qualche pagina del sito web, che c’è modo di mandare la e-mail, ma lui, l’operatore del call center, che fa l’androide, non lo sa, o non glielo hanno scritto, e comunque continua a ripeterti che non puoi mandare il modulo via e-mail ma solo via fax. Il numero di fax te lo da lui. E già, perché nella raccomandata dell’assicurazione, dove ti chiedono di rimandare il modulo CAI che non si legge (perché è stato mandato via fax), il numero di fax non c’è, e quindi devi cercarlo.

Forse lo fanno per tenerti in esercizio: invece di giocare a Ruzzle, fai la caccia al fax giocando con gli androidi del call center.

Gente che legge le risposte al terminale addestrata a non pensare. Nessuna capacità di comprendere che il tuo problema non può essere stereotipato in una procedura, ma che necessita di un essere umano senziente, non di un androide, che prenda in mano il CAI e lo interpreti, che ci faccia delle considerazioni, che risolva un problema non meccanico.

Ma non c’è niente da fare: loro continuano a dirti sempre la stessa cosa.

Puoi anche fare 2.000 telefonate, non trovi nessuno che voglia pensare o che voglia avvertire un suo superiore umano che c’è una fattispecie non prevista.

Niente. Muro di gomma.

E alla fine, non ti resta che arrenderti e chiamare un avvocato per fare causa.

Ma per fortuna tutto questo sta per finire: macchine come IBM Watson fanno già le diagnosi del cancro e sicuramente possono esaminare un modulo CAI come e meglio farebbe un liquidatore di sinistri, senza che le assicurazioni debbano avere tutti questi addetti senza alcuna capacità di capire che quando non c’è risposta allora uno deve farsi una domanda.

La fine del lavoro

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Anche Krugman l’ha capito, in questo articolo del New York Times , dove cita un libro, Race Against The Machine,  che in America fa discutere, e da noi, ovviamente, non si conosce neppure. Insomma, e per farla breve, anche il Premio Nobel per l’economia Paul Krugman dice che siamo al punto in cui la tecnologia elimina i posti di lavoro (che passano alle macchine) senza crearne di nuovi , neanche in altri settori.

Il tutto con un’accelerazione dovuta al fatto che l’efficienza dei processi organizzativi e produttivi, generata dall’uso delle macchine, produce più reddito che conviene impiegare in altre macchine piuttosto che in posti di lavoro.

In un certo senso le macchine ormai si riproducono e trovano nuovi spazi dove allargarsi, e non è detto che questi luoghi debbano essere per forza nel cosiddetto mondo sviluppato.

In Africa, ad esempio, la rivoluzione delle comunicazioni via cellullare e smartphone, ha creato un ecosistema di banca virtuale che non ha bisogno di sportelli bancari (e relativi impiegati) in ogni villaggio, ma tutto si svolge da utente a utente tramite il loro cellulare; insomma, in uno solo passo, gli africani sono più avanti del Nord del mondo, e questo anche grazie al fatto che non ci sono autorità centrali che bloccano il mobile payment, perché danneggerebbe il mercato delle banche e i posti di lavoro dei bancari.

Faccia al futuro

Mentre da noi un’accozzaglia di figure felliniane si appresta a celebrare altri inutili elezioni, mentre professori inconcludenti cercano di curare il malato Italia con pozioni medioevali, e mentre imprenditori, manager e sindacati cercano almeno di capire cosa stia accadendo in un mondo dove dovrebbero competere almeno ad armi pari rispetto ai maggiori paesi industrializzati, un libricino da 4 dollari, “Race against the machine” viene nominato libro dell’anno.

Di che tratta questo libro digitale? Del futuro. Dove le macchine sostituiscono gran parte dei colletti bianchi, anche in quei lavori che la gente crede moderni, molto fighi, ben retribuiti e con attaccato il cartellino di garanzia del posto fisso a vita.

Qualcuno l’ha letto in Italia? Non credo. Io? Certo che l’ho letto. Ma io non faccio testo. Non vado per TV e conferenze a spiegare come risolvere i problemi di domani con i mezzi del 1726, intervistato da commentatori che poco sanno anche di cosa sia un’onda hertziana o una fibra ottica.

Io, purtroppo, devo assistere ogni giorno allo spettacolo di over40 (ma anche over35) che non hanno un lavoro, non lo trovano dalle loro parti, si dibattono fra il restare o l’emigrare; o peggio, vedere persone giovani, neo laureate che non hanno una preparazione né una decente conoscenza del settore economico dove hanno deciso di competere. Colpa della scuola, ormai ridotta a trattenimento, dell’università, ridotta ad un esamificio, e delle famiglie che continuano imperterrite a credere che il futuro non arrivi.

Invece è arrivato, ed accelera. La tecnologia cambia tutto in maniera esponenziale. E quindi cambia il comodo scenario dove tutti, dal più fesso al più smart, potevano pensare di avere uno spicchio di futuro.

Ma a che serve dirlo? Come direbbe una mia amica argentina: ¡para que conste! Perché rimanga agli atti.

Atti digitali, perché la Internet non dimentica! In un futuro, quando parecchi lavori non ci saranno più, basterà googlare (se Google esisterà ancora!) e scoprire che ve lo avevo detto.

Buone Feste.