Una delle cose che deve fare chi si occupa dell'immagine aziendale, cioè la gente delle PR, è di preparare un piano di comunicazione per le possibili emergenze, e prima, molto prima che queste possano accadere.
Una cosa che le PMI fanno di rado, e male, ma che nelle multinazionali è una prassi molto ben strutturata ed anche ben supportata da un opportuno budget, che non riguarda solo le specifiche attività di PR, ma anche le politiche per il personale.
E, fra queste, anche tutte quelle misure da prendere quando si deve ridurre la forza lavoro, un evento che, se troppo strillato, può mettere ancora più a rischio i conti dell'azienda. Nessuno vuole comprare da un'azienda che domani potrebbe sparire visto che sta licenziando.
I licenziamenti sono trasformati in dimissioni incentivate, sia con denari (12-18 mesi di stipendio) e/o con ricollocamento concordato in altri posti di lavoro.
Ovviamente, ed è qui la capacità di previdenza, l'azienda ha costituito nel tempo e per tempo un fondo per gestire queste uscite, che possono essere così gestite senza drammi, senza tribunali e, sopratutto, senza rovinare l'immagine aziendale.
Ed è quello che sta accadendo dall'inizio della crisi quando numerose multinazionali, anche famose, stanno chiudendo i loro uffici italiani, mandando a casa buona parte della forza lavoro, trasferendo all'estero chi è ritenuto indispensabile al business, il tutto in silenzio e senza che nè i media nè i sindacati, e men che mai la politica, ne sappiano nulla, con il deleterio e terribile effetto che città di uffici, come Roma e Milano, perdono pezzi notevoli di redditi e di attività senza che se ne accorga nessuno.
Perchè, se non è sui media, non è accaduto.
Be prepared….al peggio.
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Perversioni salariali
Un famoso libro di fantascienza parlava dell'uomo del Non A, dove A sta per pensiero Aristotelico, cioe' il sillogismo, che e' anche alla base di certi ragionamenti economici da bar che, purtroppo, sono fatti propri anche dal nostro politicume.
Uno ricorrente è quello delle gabbie salariali, basato sul fatto che la vita a Milano costa più che a Ragusa non fosse altro perchè nel nord freddo e nebbioso si deve tenere il riscaldamento acceso per 8 mesi e per 14 ore al giorno.
Quindi sembrerebbe giusto che , in qualche modo, il datore di lavoro i possa pagare di più colui che percepisce un salario.
La prima osservazione è quella di carattere economico-politico: in un sistema liberale-capitalistico queste faccende sono risolte con la libera contrattazione fra le parti, che é un sistema che funziona bene e la riprova sono i salari del nord che sono più alti di quelli del sud, ad esclusione di quelli erogati dallo stato centrale.
E questo é un altro punto: se si stabilisse che in una certa zona si debbano avere salari più alti non si vede perchè i dipendenti pubblici della zona non debbano anche loro essere pagati di più essendo la misura non legata alla produttività ma al potere d'acquisto. E, ovviamente, anche le pensioni dovrebbero essere aumentate in alcune zone più costose.
Anche perché, applicare questa regola al settore privato comporta che, ad esempio, un supermercato dovrebbe aumentare i prezzi per poter pagare di più i propri dipendenti con la conseguenza che nella zona i salariati pubblici e i pensionati avrebbero ancora minore potere d'acquisto.
Una soluzione, almeno per i dipendenti pubblici, sarebbe di passarli in massa alle regioni, ma a questo punto l'aumento degli stipendi pubblici comporterebbe un aumento di tasse con l'effetto che l'intera economia di quella regione più costosa diventerebbe più cara e quindi meno competitiva.
Resterebbe il problema delle pensioni, non ignorabile perché sono una parte consistente dell'elettorato.
Insomma, un classico caso di effetti collaterali, non voluti, che invece di risolvere il problema salari non adeguati, lo peggiorerebbero e di molto mentre chi ne avrebbe vantaggi sarebbero le zone meno care che, avendo salari e tasse più bassi, diventerebbero più competitivi.
Auto di plastica
6 ore fermi in officina perche'
La banca perfetta
Quali qualità deve avere la banca cui affidiamo i nostri soldi e i nostri investimenti?
Visto che è difficile capire – anche per i tecnici – i dati contabili su carta patinata, non resta che affidarsi ad una lista di qualità che deve avere un qualsiasi partner commerciale e forse anche la persona con cui si divide il letto e il desco:
– onestà
– integrità
– affidabilità
– credibilità
– visione strategica
– attenzione ai dettagli
– comprensione
– flessibiltà
– tatto
– pazienza
– sensibilità
– continuità
– tolleranza
– e .. un po' di buon umore.
Mezzogiorno di fuoco
Ogni governo, liberale o assolutistia che sia, è ostaggio della tecnostruttura e la storia ha dimostrato che un sistema decade quando le strutture di supporto, cioè coloro che agiscono per conto del governo, decidono di non avere più convenienza a collaborare.
La disfida fra la gente di SB sui fondi per il Mezzogiorno è in verità uno scontro fra due tecnostrutture che si contendono rabbiosamente lo stesso osso: i fondi europei, oggi l'unico capitale disponibile – vista la gravissima crisi bancaria – sia per gli imprenditori del sud ma anche per quelli del centro e del nord i cui superdebiti ostacolano ogni nuova immissione di capitale di rischio, anche se ci fosse, cosa che non è.
La tecnostruttura meridionale non ha più denari per creare occupazione, cosa che mette in pericolo la sua stessa esistenza, e perciò preme sulla politica per riavere i fondi scippati. Quella del centro-nord non ha altre opzioni per sopravvivere e la prova è l'agevolazione per il rientro di capitali, per chi li ha, condizione che non riguarda tutte le imprese per cui per la tecnostruttura del centro-nord è vitale impadronirsi dei fondi europei.
Siccome la coperta è piccola, qualcuno rimarrà al freddo e al gelo, condizione necessaria e sufficiente per la rivolta della tecnostruttura perdente.