La mancata recherche napoletana

Raffaele La Capria s’interroga sul perchè la borghesia napoletana e la classe intellettuale da essa scaturente, e ad essa completamente organica, non abbia mai fatto una ricerca su se stessa. Il che è come chiedere ad un’organizzazione poco funzionante di comprendere da sola le proprie deficienze senza un aiuto esterno. Oppure come chiedere ad un nevrotico di guarire senza andare in analisi. Un sistema in crisi, sia esso una persona, un’azienda, una famiglia, una classe sociale, non può auto scoprire i propri difetti ed è questa la ragione per cui ci si affida agli psicanalisti, ai consultori e ai consulenti aziendali. Perchè loro sono fuori del meccanismo che gira su se stesso senza produrre niente o che, al più, produce sempre e solo le stesse cose, le stesse bugie, le stesse giaculatorie auto-assolutorie. Anzi, per evitare che le deficienze vengano fuori, il sistema tende a nasconderle ed è questo che ha fatto per decenni la borghesia napoletana e la sua classe intellettuale: parlare di sentimenti, di cose intime, di fatti personali, un po’ anche di politica e mai e poi mai della classe di appartenza come tale e, sopratutto della sua enorme paura di poter tornare indietro nella scala sociale, perdendo valori posizionali inestimabili ed unici. Volete mettere una casa con vista golfo con una a via della Spiga con vista sulla sciura di fronte?
Non vi è stato un Proust napoletano perchè Napoli è una città totalizzante e manichea. O si è o non si è, perchè la differenza fra chi ha (anche solo in apparenza) e chi non ha è così enorme, come status e appropriazione di valori posizionali unici, che chi appartiene alla parte fortunata assolutamente dimentica la parte lacera e stracciona da dove è venuto, perchè ha paura di ritornarci, se la sua promozione sociale è stata ottenuta da una durissima scalata ad ogni costo, o la ignora del tutto perchè chi è nato, cresciuto e pasciuto a Chiaia, a Posillipo e al Vomero, dell’altra Napoli non ne conosce neppure l’esistenza.
Finchè un giorno triste il corpo malaticcio della città povera, non curato dalla borghesia intenta nei suoi riti fatti di burraco e inutili serate a dormicchiare a teatro, non si ammala sul serio e va in crisi. Oggi la monnezza, ieri la fine ingloriosa del Banco di Napoli, l’altro ieri il colera, domani chissà. Allora i riflettori si accendono sulla città, con fastidio della Napoli fortunata degli alti burocrati, dei professori universitari, degli imprenditori veri con dichiarazioni dei redditi “da nord-est” e, ovviamente, a quel punto non sapendo che fare, perchè non sono abituati a governare una città complessa e, stante il fatto che la politica è sempre stata delegata agli scalatori sociali per merito di partito, cioè gente che sa come si manipola un’assemblea sindacale ma non sa niente di management, alla fine invocano sempre una Roma che risolva. Ovviamente, Roma, basandosi sulla comoda vulgata che è tutto e sempre colpa della camorra, tesi avvalorata da libri e film di successo degli intellettuali organici alla borghesia latitante, alla fine manda uno scontato prefetto o commissario, cioè uno sbirro, che facendo la “faccia feroce” dovrebbe sanare tutto.
Qualche volta funziona e tutto ritorna come prima. Anzi, meglio di prima, perchè lo sbirro di turno viene convinto, fra una festa vista Vesuvio e una cena in un circolo nautico, che, per oliare i meccanismi inceppati, è meglio che Roma molli un po’ di euro di cui, come in un paese del terzo mondo, si approprierà la solita borghesia, di solito assente, ma sempre pronta a sedersi davanti ad una tavola ben imbandita.

Un’occasione per chi faceva finta di Essere di mettere a posto anche l’Avere del conto in banca in rosso profondo, tanto che, per farsi la mesata in un buco a Capri, si era dovuto lasciare un conto scoperto dal salumiere o non si era pagata la retta alla scuola privata.

Perchè la verità che gran parte della borghesia napoletana non vuole fare emergere è che pure loro sono degli straccioni ed è ovvio che le signore “bene” che comprano sulle bancarelle dei mercatini non amino che si veda che sotto allo Chanel hanno la sottana di acrilico e le mutande di cotonina cinese.

E non credo che un Proust napoletano abbia molto da dire su una tale borghesia fasulla.
Di quella ha già detto Scarpetta in “Miseria e Nobiltà”!

Redditi pubblici e prestiti facili.

La pubblicazione ufficiale dei redditi degli italiani imporrebbe adesso alle autorità di vigilanza sul credito ed il risparmio di pretendere dalle banche di rispettare le normative prudenziali che stabiliscono un giusto rapporto fra indebitamento e reddito documentato.

La regola, infatti, vorrebbe che chi ha un debito abbia un flusso di profitti almeno pari agli interessi che paga alle banche e questo è, ormai documentato dalla pubblicazione dei redditi, un cosa per molti tecicamente insostenibile, a meno che i debitori non abbiano redditi nascosti, ma le banche non ne possono tenere conto, sia per deontologia ma anche perchè potrebbero agevolare l’evasione/elusione fiscale.

Anche se i dati sono ormai oscurati (si fa per dire!), nessuna istituzione preposta può adesso fare finta di niente quando un tizio va a chiedere, e spesso ottenere, mutui e prestiti assolutamente incompatibili con il risibile reddito dichiarato. tenuto conto che il futuro economico non è certo roseo ma al 70% più nero della mezzanotte, questo lassismo potrebbe far precipitare anche le nostre banche in una crisi da impossibilità di riscuotere i prestiti erogati.

Forse questi atteggiamenti di manica larga delle banche potrebbero essere anche reati e quindi anche la magistratura potrebbe avere diritto di andare a vedere com’è possibile che banche e finanziarie prestino denaro a chi si è dichiarato ufficialmente “un morto di fame”!

Casta ignoranza

La discussione sui redditi online ancora una volta mostra che la classe dirigente, grilli parlanti compresi, ignora cosa avvenga nel mondo reale del 2008.
I nostri dati sono già in migliaia di archivi, alcuni anche all’estero, i protesti, le centrali dei rischi, il PRA, il catasto, gli enne enti previdenziali, i data base di marketing delle multinazionali, quelli delle banche e finanziarie, i tribunali, le polizie ed anche, ed ovviamente, il fisco.
Archivi che non si sa quanto siano protetti perché non c’è trasparenza sulla loro messa in sicurezza.
Quindi, qualsiasi entità pubblica voglia farci le pulci ha i mezzi tecnologici per farlo.
Ovviamente anche i servizi segreti stranieri hanno tutte le competenze e le macchine per accedere a qualsiasi archivio senza lasciare tracce (vedi le battaglie della http://www.eff.com/ contro il governo USA accusato di avere in segreto la tecnologia per rompere qualsiasi codice).
E, siccome anche le organizzazioni criminali hanno la capacità per avere le migliori risorse tecnologiche, è chiaro che, se vogliono, possono entrare ed uscire da qualsiasi archivio “insalutato ospite”.
Per non parlare della frequente perdita/abbandono di nastri, dischi e PC con dati sensibili.
Tutto già evidenziato nel 1980 in “Data Base Nation” dove si mostra la fine “oggettiva” della privacy causa la pervasività delle tecnologie ICT.

Ciò premesso, ne vengono fuori due cose:
1) ci si preoccupa che il vicino non sappia il nostro reddito ma non che ci analizzino ogni giorno per i più svariati motivi: dal volerci vendere qualcosa a capire se si è mafiosi, terroristi o elettori acquisibili;
2) il fisco, nonostante tale potenza informativa e l’autorità per usarla, non è in grado di far pagare le tasse a tutti, forse per una legislazione troppo ingarbugliata che permette un contenzioso eterno.

Perciò una primissima cosa da fare sarebbe semplificare il sistema fiscale; Berlusconi come Alessandro: tagliare il nodo con un deciso colpo di spada!

Realtà romanzesca

Bruce Schneiner, uno dei massimi guru della sicurezza, ha lanciato un concorso dove si deve ipotizzare di creare il massimo del caos con soli 500.000 dollari.

Ho partecipato con un idea apprezzata, anche se non ha vinto.

La mia idea era basata sulla possibilità per dei terroristi di ottenere delle armi nucleari, cosa che dovrebbe essere un po’ complicata, ma non impossibile, se si tiene conto che nella realta il sistema di controllo delle testate USA è abbastanza inefficiente.

Infatti, nell’agosto 2007 qualcuno per errore ha montato su un bombardiere B52 sei bombe atomiche e l’aereo se ne andato a spasso per 36 ore sul territorio USA con sei giocattolini ognuno 10 volte più potente delle bombe di Hiroshima e Nagasaki.

La ragione dell’errore è che le atomiche sono nello stesso posto delle bombe convenzionali, insomma, è come in un ospedale dove l’infermiere confonde i malati e fa l’iniezione sbagliata.

Forse con la stessa sciatteria è stato abbatuto l’aereo di Ustica e nessuno vuol far sapere al mondo che ha fatto una semplice cazzata!

Confrontare patate e fagioli

Una pubblicità degli industriali di Venezia mostra la differenza, dopo le imposte, del salario di un dipendente italiano confrontato con quello in altri paesi.

Mi sembra la solita furbata italiana, oppure una prova della crassa ignoranza che ormai alberga anche nella testa della classe dirigente che si crede meglio dei politici.

Come si fa a comparare un sistema fiscale come quello inglese dove, accanto a tasse simili a quelle nostre (IVA, IRPEF) e più basse delle nostre, c’è una tassa a favore degli enti locali, la council tax, dove per un immobile del valore di 50.000 euro se ne pagano 1.250 all’anno con un massimo, per un immobile del valore di 400.000 euro e più, di ben 3.700 euro all’anno?

E in UK, periodicamente, mi sembra ogni due anni, viene affidata ad una società di revisione esterna alla pubblica amministrazione la revisione del valore degli immobili.

Anche negli USA è lo stesso, infatti a NYC, per un bilocale si pagano 500 dollari al mese solo per la property tax, che va allo stato di New York e al comune di NYC, oltre alle tasse sul reddito, che vanno al governo federale, i contributi per la pensione, che vanno alla Social Security, e, come è noto, per le malattie ci si deve assicurare o avere l’assicurazione dal datore di lavoro.

Siamo alle solite: ogni banda italiana aggrava il proprio problema cercando di intrugliare le acque con leggende metropolitane che contribuiscono a dare l’immagine di un paese di pressappochisti, se ci va bene, o di furbi matricolati, se ci sgamano.

Purtroppo a questo clima contribuiscono pure i media che, non solo non fanno mai chiarezza, ma spesso riportano acriticamente fumose dichiarazioni di politici che vorrebbero importare in Italia istituti fiscali che hanno il difetto di essere delle pure fantasie, come quella che in USA si scaricherebbe tutto dalle tasse, leggenda che è stata dimostrata falsa da http://www.lavoce.info/, ma che viene propalata da “statisti” come Fini, Tabacci, Follini e Di Pietro, senza che nessuno li prenda a fischi e pernacchie come meriterebbero.