Nucleare, chi paga?

Anche negli USA c’è chi vuole nuove centrali nucleari, ma là il problema non è lo spazio dove metterle o dove seppellire le scorie. Gli USA hanno una densità di 31 ab/kmq contro i 197 dell’Italia, e molte zone sono totalmente desertiche.

Il problema è il costo, valutato in ca. 9,5 miliardi di euro per una centrale a due reattori, una cifra che molte aziende energetiche non hanno e che sarebbe anche difficile reperire sul mercato, sopratutto oggi che c’è una crisi finanziaria.

Qualcuno sogna prestiti garantiti dal governo federale, che ha già i suoi problemi di deficit da gestire, però nessuno pensa che, se smettessimo di usare le risorse terrestri come se fossero infinite, forse troveremmo che, per non costruire nuove centrali e ridurre la dipendenza dal petrolio, basterebbe usare le tecnologie di cui disponiamo.

Con il solo telelavoro di 32 milioni di americani si avrebbe una diminuzione di importazioni di petrolio dal 24 al 48%.

Ma qualche governante queste cose le sa?

Fatture elettroniche

La prima e-mail è stata spedita nel 1971 mentre Internet è diventato un fenomeno di massa nel 1994, eppure oggi, nel 2008, quattordici anni dopo, ci sono ancora aziende che non hanno capito i vantaggi della rete anche come mezzo per diminuire i costi.

E non sto parlando della Pubblica Amministrazione (PA) che ha ancora i cancellieri che scrivono a mano! Per fortuna con la penna biro e non con quella d’oca.

Mi riferisco ad operatori telefonici, cioè coloro che sono il supporto fisico alla rete Internet.

Wind mi manda la fattura bimestrale via e-mail e questo mi evita buttare nell’immondizia la busta con finestra chimica che mi fa sempre sorgere il dubbio: carta o sacco nero?

Inoltre, evita certamente a Wind il costo di stampa e spedizione, un costo che naturalmente si scarica sul consumatore. E già sarebbe interessante quantificare il risparmio totale.

Anche altri fornitori si stanno lentamente, molto lentamente, troppo lentamente adeguando.

A2A, azienda energetica milanese-bresciana offre il servizio solo da quest’anno, così come solo dall’anno scorso lo fanno anche alcune carte di credito.

Ma quello che è assurdo è che altri operatori telefonici non solo non offrono il servizo di spedizione delle fatture via e-mail, ma nemmeno lo prevedono.

Per quali ragioni? Mistero.

Milano: segnali di degrado

Un evidente segnale di degrado dell’economia italiana è l’impossibilità di poter utilizzare le carte di credito in un numero di esercizi commerciali che cresce di giorno in giorno.

Siccome non faccio analisi mirate, però capita spesso che rifiutino alcune carte, è del tutto evidente che i negozianti non possono pagare le commissioni.
Ieri mi è accaduto in via Bigli, nel quadrilatero milanese della moda, una zona dove i ricchi locali, gente che abita in case da 12.000 euro al mq, e turisti da tutto il pianeta, non possono utilizzare una delle carte di pagamento più diffuse la mondo.
E si tratta di un negozio con un brand noto, spesso citato su femminili e riviste di arredamento.

Piccole crepe che significano che l’economia italiana ha imboccato una ripida discesa.

Libertà di parola

Sul Corriere della Sera del 6 luglio 2008, in un box dedicato al caso Alitalia, si usa molto a sproposito la parola AVIONICA che, come si vede dal link su Wikipedia, è una parola di origine USA, contrazione di aviation ed elettronics, e indica l’elettronica installata a bordo di aeromobili.

Per per il termine avionica, nel Dizionario della lingua italiana De Mauro, accessibile anche dalla Internet, la definizione è:

studio e realizzazione di apparecchiature elettroniche utilizzate in aeronautica

Lo stesso errore era pochi giorni prima in un altro articolo, a riprova che nella redazione del Corriere si è diffuso un pericoloso virus informativo dello stesso genere che c’era a Repubblica dove qualche tempo fa, parlando delle dotazioni del soldato USA, si diceva che è dotato di un compasso, traduzione molto pedestre dell’inglese COMPASS che significa bussola.

Se i nostri due maggiori quotidiani insistono e persistono nel fare di questi errori è evidente da dove viene la nostra impossibilità come paese di competere con le altre economie.

La scuola italiana: la fabbrica degli scarti

Scusate se uso i vecchi termini, ma sono stufo di questa casta di mariuoli, sessuonomi e cocainomani (di ogni colore politico) che ci prende per i fondelli cambiando solo il nome alle cose in modo che tutto cambi e tutto sia molto peggio di prima, per noi, ovviamente.

In una terza liceo, su 20 ragazzi, solo 5 promossi (25%), 5 bocciati (25%) e 10 rimandati (50%); uno addirittura in tutte le materie con corsi di recupero obbligatori e, infatti, il soggetto era molto spaventato dal dover studiare in due mesi tutte le materie.

Insomma, in qualche modo, un’altra a riforma rabberciata è stata applicata acriticamente, ma ci dovremmo interrogare su queste percentuali che, se fossero il risultato di una qualsiasi forma di produzione, sarebbero segni inequivocabili di dover chiudere quell’opificio fallimentare.

Restando alla brutalità dei dati di questa terza classe, essi dicono che:

1) il 25% dei pezzi sono scarti di lavorazione;
2) solo un 25% è defect-free;
3) il 50% va riportato in fabbrica per correggere i difetti.

In definitiva la fabbrica ha sfornato solo un quarto di prodotti buoni, il che mi sembra anche peggio di quello che faceva FIAT prima della cura Marchionne.

Ovviamente la fabbrica dirà che il problema era la materia prima che non era adatta!

Ma la fabbrica ha sempre ragione anche se, vista l’ecatombe fatta per un tardivo (dal ’68) recupero di severità, dobbiamo considerare che, in un paese con pochi giovani, con pochi diplomati e pochissimi laureati, ritardare di un anno l’entrata nel mondo del lavoro di questi ragazzi che sono stati considerati solo “scarti di lavorazione” avrà l’effetto di far arretrare ancora di più un paese dominato da vecchi barbogi che credono ancora alla loro favoletta auto assolutoria dove i giovani sono fannulloni (come i loro padri, of course), dimenticando che ogni bambino nasce con possibilità educative imprevedibili ed ha perciò diritto al pieno successo formativo.

Lo sancisce la Costituzione repubblicana ed è la Repubblica che deve farsene carico, rimuovendo, attraverso la scuola e nella scuola, tutti gli ostacoli che impediscono il dispiegarsi delle potenzialità del giovane.

Se questo non accade, il problema non era nel blocco di creta ma nella mano di chi lo forgia.