Merda ad Alta Velocità

L’Eurostar Alta Velocità arriva a Milano da Napoli, dopo 6 ore e 12 minuti, più altri 10 di ritardo, dopo aver percorso 848 km alla allucinante velocità media oraria di ben 138 km all’ora.

Roba da schiantare le coronarie di una persona non abituata a tale…lumacaggine!

Scendono tre signore vietnamite, parlano un francese molto meglio di quello di Sarkozy e sono incavolate nere, come lo può essere solo un francese con istituzionale puzza sotto al naso. Poverine, hanno dovuto viaggiare vis-a-vis con una cinese ed è così riemerso l’antico odio degli indocinesi per la sempre ingombrante, e molto razzista, Cina.

Scende anche un pesante tanfo di cesso. Infatti, già a Firenze il bagno delle donne della carrozza uno, (prima classe, 95 euro) è otturato, ricolmo di liquami e non c’è più acqua.

Proprio come accadeva qualche decennio fa su quei treni senza aria condizionata, dove si saliva senza prenotazioni fatte tramite Internet, con il controllore che bucava ancora il biglietto e dove una signora vietnamita poteva anche decidere di non andare a sedersi nello stesso scompartimento di una odiata cinese.

Ancora mappina verde

L’ora fatidica sul quadrante della Stazione Centrale FS di Milano è scattata! L’Eurostar AV (Alta Velocità, si fa per dire, da Milano a Napoli 6,12 ore!) dovrebbe lasciare Milano per sprofondare nel profondo, oscuro, arretratissimo Mezzogiorno d’Italia.

Però il treno non parte perchè una capostazione in gonella nera e senza cappello rosso, lasciato nel suo box, fischia in un classico fischietto di metallo luccicante sperando che il macchinista, distante tre carrozze, senta il trillo lacerante e cacofonico che lo invita a lasciare la Stazione Centrale FS di Milano, un ameno luogo dove non c’è nemmeno una panchina per aspettare che la lotteria dei binari dica allo smarrito passegero su quale marciapiedi ci si deve impecoronare per prendere il treno e che invece pullula di una fauna pittoresca di dropout nostrani e di importazione.

Il macchinista non sente, forse se ne sta chiuso nel suo abitacolo a prova d’aria e di rumore come ben deve essere la cabina di guida di un treno AV. Probabilmente ha uno specchio retrovisore, magari una fantascientifica telecamera che gli permette di vedere dietro di se i disperati segnali della capostazione col fischio (e senza cappello rosso). Infatti, accade una cosa che sa tanto di vaporiere, carbone spalato, scintille che urtano il parafiamma, il famoso firewall delle locomotive passato a parare i rischi su Internet.

Un’altra signora, forse il capotreno, attrezzata con tailleur pantalone nero e giacca verde FS (tanto simile al verde Alitalia), in testa un ridicolo capello che dovrebbe ricordare quello dei macchinisti delle ferrovie americane a vapore, chiave per chiudere in un sol colpo tutte le porte del treno, tira fuori dalla borsa d’ordinanza una specie di mappina, uno straccio verde stropicciato e con questa comincia a sbandierare all’indirizzo del sordo macchinista che l’ora fatidica è finalmente scoccata sul quadrante della storia.

Sarebbe interessante sapere per quali ragioni le ferrovie continuano a parlarsi a segni e non con comodi ed efficaci segnali radio, o meglio, segnali digitali. Ma qualche volta i ferrovieri lo hanno visto un serial TV o un film di guerra americano dove si vedono tutti quegli omini colorati che lavorano sul ponte di una portaerei? Hanno capito che quei due bozzi che gli coprono le orecchie sono cuffie radio per poter comunicare con la torre di controllo? E a quando anche i ferrovieri si parleranno via etere invece di sventolare mappine verdi come sbandieratori del Palio di Siena?

Un paese non connesso

Sabato mattina di settembre 2007. Interno giorno. Interminabile fila alle casse del supermercato. Bambini che giustamente fanno i bambini e rompono a genitori più che spazientiti e leggermente incavolati.

Che accade? A Milano, capitale economica, finanziaria, tecnologica nonché morale (almeno fino a Tangentopoli) non passano ancora nel limpido cielo le astronavi immaginate dagli scrittori di sci-fi negli anni 50, però, come sarebbe bello, e da paese normale e membro G7 , poter pagare la spesa al supermercato con un pezzo di plastic money.

Con un triste ASSENZA DI COLLEGAMENTO il display LCD della stupefacente cassa self service ci dice una verità ancora più triste, che non farà per niente piacere ad un’altra fatina con i capelli turchini e senza bacchetta magica, quel Mario Draghi portato sugli scudi a fare il governatore di Bankitalia, colui che spesso ci bacchetta da maestrina perchè dovremmo smettere di usare il contante, roba preistorica per pecorai ciociari, massari cilentani, mezzadri piacentini, campieri nisseni, pusher nigeriani e puttane rumene.

Secondo lui, per diventare un vero paese moderno dovremmo usare: bancomat, carte di credito, carte di pagamento, prepagate e, per la gioia delle esosissime banche, sopratutto carte revolving, quelle che poi affogano il malcapitato debitore in un oceano di interessi, poco poco al di sotto del livello di usura.

Gentilissimo signor Governatore della Banca d’Italia, sarebbe bello essere moderni, ma se stamattina centinaia di persone non avessero avuto anche quello schifo di biglietti di banca nel borsellino, col cavolo che avrebbero potuto comprare pane, bresaola e le caramelle a quella pestifera bionda riccioluta di Arianna (3 anni) che fra 15 anni si ritroverà, anche lei, a dover usare il vecchio contante per ASSENZA DI COLLEGAMENTO.

Magari la rediviva liretta, causa nostra cacciata dall’eurozona per evitare di far sfigurare i fratelli europei!

ICI: perchè è bene lasciarla

Assodato che gli italici sono ancora in gran parte quelli descritti da Verga nella “Roba” o moderne versioni di quelli dipinti dal maestro Ermanno Olmi nell “Albero degli zoccoli”, si capisce il perchè tutti odiano l’ICI e, di conseguenza, perchè i nostri politici non-pensanti si affannino a cercare di ridurla e/o eliminarla.

Una tassa sulla robbba (con tre b rende meglio l’avidità dell’italico contadinaccio arricchito), e in particolare sulle quattro mura, è qualcosa di insopportabile per quei contribuenti ob torto collo che sono i lavoratori dipendenti ed i pensionati, già ultra incavolati perchè non possono evadere come i lavoratori autonomi che, anche loro, al momento di pagare l’ICI si arrabbiano moltissimo perchè, e qui veniamo al dunque, l’ICI è un’imposta non eludibile in quanto tassa gli immobili, oggetti che non si possono nascondere e che, di per se, sono altamente visibili e censibili, anche con moderni mezzi come il satellite che può scoprire se in un certo posto, la dove c’era l’erba, ora c’è una città (abusiva).

Quindi l’ICI è una tassa democratica perchè la devono pagare tutti: lavoratori dipendenti, pensionati, ereditiere, politici, politicanti, imprenditori, extracom, presentatori, faccendieri, vallette, veline, tronisti, escort, spacciatori, taglieggiatori, banchieri, bancari, puttane, travestiti, fotografi, attori, cantanti, idraulici, meccanici e perfino avide mogli separate.Tutti, purchè abbiano una proprietà immobiliare, devono pagare e pagare al proprio sindaco che ne risponde ai suoi concittadini.

Ciò premesso, e se gli italiani che pagano le tasse non amassero darsi martellate sulle dita o su altre parti più molli, si vede chiaramente che il loro interesse sarebbe che l’ICI rimanesse in piedi (anche senza esenzioni prima casa) e, di contro, che venisse ridotta l’IRPEF. Perchè un’ICI aumentata la dovrebbero pagare tutti mentre dello sgravio sull’IRPEF ne beneficierebbero in gran parte quelli che le tasse le pagano già.

D’altra parte questo è il sistema che è in funzione negli USA, e che noi tanto idolatriamo, dove le aliquote delle imposte sul reddito sono basse ma i comuni e gli stati ricavano gran parte dei loro introiti proprio da imposte sugli immobili.

Ovviamente questo sistema non sarà mai adottato da noi perchè il succo del discorso degli italici contribuenti neghittosi è sempre e uno solo: non pagare nessuna tassa, sperando che le paghi qualcun altro e che i debiti della Repubblica siano prima o poi fatti sparire da una Buona Fatina con una classica e potentisssima bacchetta magica.

Una favola, insomma!

FED e BCE: volo a vista

Il 17 dicembre 1903 i fratelli Wilbur e Orville Wright a Kitty Hawk, North Carolina (USA) fecero volare un vero aereo e questo contro le temerarie affermazioni di grandi scienziati, compreso il grande Edison, che avevano sentenziato che il volo di un manufatto umano più pesante dell’aria era fisicamente impossibile. Invece, due costruttori di biciclette dimostrarono che, se si abbandonano le vie solitamente seguite e ci si industria per risolvere un problema, non c’è traguardo che l’uomo non possa raggiungere.

Il loro Flyer, un insieme di metallo, legno, stoffa e di un piccolo motore a scoppio, non era complesso come un moderno Airbus o un Boeing, ma ne aveva le stesse necessità di comando e controllo ed, infatti, la chiave del successo dei fratelli Wright fu l’installazione di un sistema di manovra sui tre assi che comprendeva la possibilità di modificare il profilo delle ali per il bilanciamento laterale, un timone mobile verticale per il controllo della direzione ed uno orizzontale per la salita e la discesa.

Quello di cui dispongono oggi i banchieri centrali per gestire la complessa macchina della finanza è qualcosa di simile, e forse anche di molto più rudimentale, del sistema usato dai fratelli Wright per pilotare un aeroplanino di legno e tela quando, invece, per gestire una macchina composta di milioni di parti che operano sui mercati finanziari mondiali, ci sarebbe bisogno di un sistema di previsioni, di comando e di controllo molto più complesso, molto più sofisticato e perciò molto simile a quello che serve a gestire tutto il traffico aereo che insiste 24 ore su 24 sopra l’intero pianeta Terra.

Di fronte all’attuale crisi immobiliare, ampiamente prevista dagli economisti seri (vedi Robert J. Shiller “The New Financial Order” ,2003), ovvero non quelli che passano le giornate a mendicare un passaggio da Vespa e da Mentana, i banchieri centrali, coadiuvati dal loro codazzo di funzionari lautamente retribuiti, hanno mostrato al mondo di non avere altri strumenti di gestione che un’arcaica manovra sui tassi che ha effetti devastanti sia che venga utilizzata per frenare la liquidità sia che venga usata per dare denari ad un mercato asfittico e poco liquido.

La ragione è che manovrare solo i tassi è un modo rozzo e brutale di gestire la finanza in quanto gli effetti si spandono in maniera indifferenziata su tutti gli operatori con le conseguenze non volute (?) che vediamo in questi giorni. L’idiozia della FED di aumentare i tassi USA ha fatto lievitare le rate dei mutui e dei prestiti in un paese super indebitato e questo ha provocato l’ondata di default ingenerata anche dal vizietto di banchieri molto golosi di dare credito facile e senza controllo anche a cani e porci, cioè anche a chi non aveva merito creditizio. In parole povere, per bloccare il credito facile Greenspan, Bernake (ed il loro imitatore Trichet) hanno pensato bene di alzare i tassi, che è come dire che per evitare che dei vecchi volponi (gli hedge fund) vengano a bere nell’abbeveratoio delle vacche sane si chiude il rubinetto per tutti con la non voluta (?) conseguenza di far morire di sete anche le vacche da latte, cioè i piccoli utenti, cioè tutti noi ordinari mortali che di solito non abbiamo ne tempo ne denaro per specule sulle differenze di cambio e di tassi.

A che serve alzare i tassi ad un impiegato che si è comprata la casetta per viverci, conscio che è meglio investire in un piccolo esborso mensile per una rata affrontabile invece di buttare denaro in fitti senza ritorno? A che serve aumentare la rata al piccolo negoziante che compra le mura del suo negozio invece di far abboffare una vecchia stronza redditiera che campa da parassita sul lavoro degli altri? A che serve aumentare il costo dei prestiti per l’imprenditore serio e lavoratore che utilizza il credito in maniera giusta, cioè come polmone e non come capitale di rischio? Non serve ad un tubo. Anche se io userei una parola di 5 lettere più pregnante e meglio adatta al livello di incavolatura. Anzi, ha un effetto del tutto opposto a quello che (a chiacchiere) si propongono i banchieri centrali: fa solo aumentare l’inflazione, cioè la crescita dei prezzi.

Il meccanismo è molto semplice, siccome nessuno vuole perdere il proprio patrimonio, soprattutto se è la casa dove si abita o il proprio negozio, e nessun imprenditore può ridurre i costi oltre un certo limite (i famosi costi incomprimibili) è gioco forza, se i banchieri aumentano i tassi in maniera indiscriminata, che tutti si diano da fare per aumentare i propri redditi. I lavoratori chiedendo più salario e gli imprenditori aumentando i prezzi di merci e prestazioni. E, se le due cose non sono possibili, assistiamo a fenomeni che disturbano parecchio un’economia come la delocalizzazione delle imprese verso paesi più convenienti. Ovviamente, aumenti di salari e di prezzi fanno aumentare l’inflazione che è proprio il contrario di quello che (a chiacchiere) vorrebbero i banchieri centrali con le loro generalizzate acritiche manovre sui tassi che assomigliano tanto a una bomba atomica lanciata per sterilizzare un pantano pieno di rane, bisce e zanzare.

Che bisognerebbe fare invece? Bisogna rapidamente tornare ad un efficace e severo controllo del sistema finanziario impedendogli con la forza della legge (e non con la eludibile moral suasion) di prestare soldi a chi non può ragionevolmente restituirli. Questo significa anche che bisogna tornare ad un’antica regola: tassi bassi e bassissimi per chi non è a rischio e tassi proporzionalmente alti per chi è ha rischio o per chi fa operazioni a rischio e/o opera in mercati rischiosi. In altre parole tassi al 2 o 3% al massimo per i mutui e tassi alti e altissimi ai signori degli hedge fund e per tutti coloro che acquistano attività (finanziarie, immobiliari, azionarie) con soldi non propri e con l’utilizzo di leve finanziarie.

Grazie alle tecnologie dell’informazione non ci vuole molto a mettere in piedi un sistema di controllo in tempo reale e che ha anche una sua giustificazione etica e tanto per spegnere le voci contrarie (e disinteressate?) di chi vuole un mercato assolutamente e troppo libero che spesso si trasforma in una specie di selvaggio west dove vale la legge del più forte (le banche). Se ogni parte di un moderno aereo deve essere certificata per autorizzarlo a trasportarci, se le nostre auto devono rispettare severi parametri di sicurezza ed inquinamento per poter circolare, se i giocattoli dei nostri bimbi devono essere tolti dal mercato se sono potenzialmente pericolosi, se un formaggio per essere venduto deve garantire provenienza dei componenti e di processo, allora si può benissimo obbligare le banche e tutti gli operatori che concedono credito a rispettare delle semplici norme di prudenza nei confronti di pericolosi avventurieri e abbassare i tassi verso chi vuole solo una rata affrontabile per realizzare un sogno umano mimino: un tetto sopra la testa.