Pianto greco

Capre cashmere
Capre cashmere

Anche Loro Piana è andato agli stranieri. A quelli di LVMH per una somma abbastanza ridicola: solo 2 miliardi di euro.

E allora? Oggi servono soldi e management per competere, e non c’è posto per tutti. Sopratutto ne servono per presidiare tutti i mercati interessanti.

D’altra parte è avvenuto lo stesso in altri settori dove di soldi ne servono tanti: nell’aviazione, dove i competitor sono solo due, in pratica, (Airbus e Boeing), nel farmaceutico, dove i grandi player sono meno di dieci, e come avverrà in ogni settore dove la presenza è globale, dove servono grandi capitali per ricerca, design, innovazione, comunicazione e pubblicità.

E in questo le nostre aziende, anche se con grandi prodotti, non hanno nessuna possibilità di emergere: troppo piccole, poco capitalizzate, dominate da un padrone o da una famiglia, senza manager, senza ricambio generazionale, insomma con tutti i parametri di base sbagliati per poter sopravvivere nel nuovo scenario.

L’Italia si avvia a un declino inesorabile, con una sola possibilità residuale: essere incubatore di nuove aziende che poi dovranno essere cedute visto che non formiamo manager capaci di sostenere una sfida, ma al massimo buoni esecutori, e non avremo mai una struttura finanziaria che possa pompare capitale di rischio per far crescere le aziende alle dimensioni adeguate.

Perciò il pianto greco sulle aziende andate allo straniero è inutile come piangere sul latte versato e sulla verginità perduta.

Pagamenti in tempi biblici nell’era digitale

Continuare a servire la Pubblica Amministrazione italica è solo perdere tempo e denari.

Avatar di Silvina D.laimpertinente

Mai più. Mi sono ripromessa che non ci voglio cascare mai più. Da spararsi. Ne va della mia salute mentale, messa già a dura prova da tante altre “amenità” che l’andazzo generalizzato del paese ci propina quotidianamente.

Che nell’anno del Signore 2013, io debba aspettare più di quattro mesi dalla conclusione dell’incarico perché venga emesso l’atto di notifica dal Tribunale, recapitatomi nella solita busta color verde vomito dal postino. E che debba aspettare un tempo ‘imprecisato’, a detta del Cancelliere, affinché diventi esecutivo, è davvero sarcastico.

Come rasenta la parodia che il mio onorario venga decurtato ben del 50% se io avessi ritardato, anche di un solo un giorno, la consegna.

E l’assurdità raggiunge vette stellari quando si pretende che io mi debba scomodare per andare a consegnare il lavoro ‘a mano’ e in triplice copia, quando soltanto con un solo click io posso spedire un documento dall’altro capo del…

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Il giardino del ciliegio

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Sono andato in visita ad amici in Liguria, zona che conosco poco, mai fermatomi oltre Genova, e sempre attraversata di corsa per andare in vacanza a Saint Tropez e quando lavoravo a Sophia Antipolis per Société Genérale, sulle colline della Costa Azzurra.

Una regione che non m’attira, nonostante i media milanesi, (cioè tutti i media), ne abbiano sempre esaltata la bellezza. Sarà perché venendo dalla Campania, quelle spiagge strette e nere, schiacciate fra un’Aurelia puzzolente di traffico e una ferrovia degradata che la costeggia, non c’è proprio paragone con le grandi spiagge dorate delle coste campane o con gli scenari di favola della Costiera Sorrentina, per non parlare dell’inebriante sensualità sontuosa di Ischia e Capri.

I miei amici abitano in una frazione di collina, quattro chilometri dal mare, dopo una salita contorta e tortuosa, in uno scenario di solitudine che ben si presterebbe a trovare un buco dove torturare in pace qualche FDP senza che le grida per le unghie strappate e il waterboarding, CIA style, suscitino un moto di curiosità dei pochi vecchi che vi ci abitano.

La loro è una casa di campagna, anche se la campagna non c’è, ricoperta da anni della scorza di seconde case dei milanesi che qui giungono a frotte e in massa nell’illusione che un fine settimana, passato in gran parte a respirare i gas di scarico delle auto incolonnate da Assago a Ventimiglia, possa esorcizzare l’inevitabile collasso dei loro polmoni inquinati sotto le polveri sottili delle migliaia d’impianti di riscaldamento accessi, da ottobre ad aprile, senza soluzione di continuità, impianti che i sindaci ben si guardano di nominare quando puntano comodi il dito sul traffico automobilistico che poi, loro stessi, con migliaia d’inutili semafori contribuiscono a creare.

I miei amici hanno una casa minuscola, carina, e di fronte, residuato di chissà quali spartizioni ereditarie, oltre la stretta strada, quello che loro chiamano un giardino, cioè un triangolo di terra dove s’erge solitario un ciliegio, più fonte di casini che occasione di rimirare il po’ di bellezza che potrebbe spandere.

Infatti, il loro inquilino, fattosi prestare da loro pure la scala, ritiene che i frutti del ciliegio siano res nullius, e quindi, tenendo fede al più bieco pregiudizio contro gli slavi, si fa sontuose scorpacciate di ciliegie altrui alla faccia dei poveri legittimi proprietari.

Un fatterello che sembra un’immagine meravigliosamente concentrata delle realtà italica, dove il triangolo di terra, che pomposamente i miei amici chiamano giardino, potrebbe essere il posto di lavoro nella P.A. o in un’impresa di questa parassitaria, o il piccolo commercio, o la pensione sociale e d’invalidità, più o meno legittimamente intascate, tutte cose che la crisi e i cambiamenti tecnologici incombenti stanno per modificare in modo totalmente inconcepibile, in altri tempi, quando il cambiamento poteva essere digerito, mentre oggi è così rapido e devastante che neppure qualche sparuto intellettuale dei nostri riesce a capirne vastità e portata.

E il ciliegio, con i suoi frutti non goduti, mi sembra la speranza vana per un futuro fruttifero per i figli, che non ci può essere più, perché altri, in altri posti del mondo, godranno del cambiamento, mentre da noi, quei pochi che rimarranno, dovranno fare da affittacamere e camerieri per ricchi e benestanti di altri paesi, quelli che non hanno mai creduto che il mondo fosse tutto in un triangolino d’erba ben pettinata, ma nella vastità di progetti ampi e maestosi che hanno bisogno di grandi menti e grandi idee, cose entrambe che mancano del tutto alla ridicola classe dirigente italica (nessuno escluso) che crede di essere moderna quand’è ancora abbarbicata a quattro sassi, aridi e infruttiferi, come le loro menti irrancidite.

 

Bandierine

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Probabilmente esiste una legge sabauda che obbliga i tranvieri a mettere due bandierine su ogni mezzo pubblico in occasione di festività.

E deve essere pure un calendario tutto loro, interna corporis, visto che queste bandierine le vedo anche durante giornate non ufficialmente festive.

Due bandierine triangolari per ogni mezzo che qualche inserviente, capitanato da un qualche capo servizio e forse da un dirigente, deve mettere su ogni autobus, tram e filobus che lascia il deposito. E poi, la sera, passata la festa, un altro inserviente a rimuovere tutte queste bandierine.

Mi pare una cosa idiota. Ma veramente idiota, oltre che uno spreco di soldi miei.

Però ho scoperto che c’è chi le considera dei valori.

Proprio così. Una bandierina zozza sul tram sarebbe un valore.

Il che fa pensare a perché questo paese non cambia e si avvia al declino: un attaccamento a cose inutili del passato, un amore per il ciarpame più becero, il tutto mentre opere d’arte e siti archeologici vengono abbandonati all’incuria perché non ci sono soldi per restauro e conservazione mentre si trovano per le bandierine che sono un  valore per la tizia in attesa del dottore.

Tanto pe’ campa’

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Una tizia della TV statale diceva oggi che c’era un’aria di festa dalle parti dei palazzi, perché finalmente abbiamo un governo, neanche se Letta “il giovane” fosse stato eletto Miss Qualchecosa di qualche fetente di paesotto della provincia italica, di quelli pieni di avvinazzati al bar, struscio di basilischi in attesa di posto pubblico, ragazzotte in fregola per accasarsi, sindaco, farmacista, medico condotto e maresciallo dei carabinieri  a riguardare che tutto sia perfettamente immobile come sempre, da secoli e nei secoli dei secoli.

Che poi, cosa ci sia da stare allegri per avere un governo che non ha un programma, non ha un progetto, non indica un futuro e forse nemmeno ce l’ha un futuro che gli permetta di fare qualcosa di sensato e utile.

Per noi, ovviamente.

Almeno gli idiot savants, che sopportiamo da decenni come “tecnici”, avevano quest’alibi che, essendo professori, avessero una qualche ricetta per sanare il paese, cosa rivelatasi, oltre ogni ragionevole dubbio, come fallace, visto che debito pubblico, spesa pubblica, disoccupazione, calo del PIL e della produttività corrono tutti insieme appassionatamente, a chiarire a tutti che un tecnico è fondamentalmente un teorico incapace di far fruttare anche un punto ristoro su una spiaggia a ferragosto.

Letta, o meglio, the master puppeter, come con perfidia British il Financial Times definisce Napolitano, ha fatto un governo di larghe intese e pure di larghe vedute, dove mette donne, immigrate, vecchi arnesi della politica, un po’ di gente legata alla Chiesa, un’abortista e una leggera spolveratina di qualche altro tecnico che, guarda caso, continua ad essere “distolto” da quel sistema bancario irresponsabile e colpevole di tutti i guai recenti e di quelli prospettici che pare debbano arrivare con un altro pasticcio finanziario che dovrebbe scoppiare entro giugno, almeno secondo alcune Cassandre americane.

Ce la farà Letta “il giovane” a risolvere qualcosa? Difficile. Forse impossibile.

Il suo compito principe sarebbe quello di aiutare in esclusiva le aziende che esportano e quelle turistiche, e quindi liberarle di fardelli di ogni genere, e questo per la semplice ragione che sono queste le uniche che portano valuta e che possono dare una continuità economica al paese.

Ma aiutare queste aziende significa far aumentare la loro produttività, quindi aiutarle ad automatizzare, sia nei processi produttivi sia in quelli amministrativi, questo però comporta che qualcuno si dia seriamente da fare per fare in modo che le aziende che investono in innovazione e automazione siano agevolate sul piano fiscale e che la PA, almeno nei confronti di queste aziende, che ci danno da vivere, si mostri più che efficiente.

Ma chi lo fa? E sopratutto, chi lo capisce?

Letta “il giovane” o il suo puparo che non mi sembra abbiano chiaro cosa accada nel mondo e nel paese?

Abbi dubbi, diceva Bennato. E io ne ho. Molti.

Quasi certezze che anche Letta combinerà poco o nulla.

Per noi, ovviamente.